L’Europa dice no al “turismo dell’aborto”. «Ma gli Stati possono usare il Fondo sociale»

Decisione ambigua della Commissione europea sull’Iniziativa di cittadini “My Voice My Choice” che chiedeva un progetto per finanziare gli aborti negli Stati Ue più “permissivi”: nessun seguito politico e normativo, ma apertura all’uso dell’Efs per abortire
February 26, 2026
L’Europa dice no al “turismo dell’aborto”. «Ma gli Stati possono usare il Fondo sociale»
Niente fondo Ue per finanziare gli spostamenti di donne per abortire in un altro Paese Ue dalla normativa più liberale. La Commissione Europea non si attiverà in questo senso. La sostanza della decisione dell’esecutivo Ue è un “no” alla richiesta centrale della Iniziativa di cittadini europei “My Voice My Choice”, anche se, allo stesso tempo, Bruxelles ha espresso ampio sostegno politico all’iniziativa e, come “contentino”, ha trovato nei fondi Ue già esistenti (nello specifico l’Efs+, il Fondo sociale europeo) uno strumento che può essere utilizzato per finanziare l’aborto.
Un aperto ringraziamento agli organizzatori dell’iniziativa è stato espresso dalla Commissaria per la Parità Hadja Labib che ha parlato di «lavoro fantastico». «Dietro ogni aborto non sicuro – ha affermato – c’è una donna obbligata a rischiare la sua vita perché non ha un’opzione sicura. Nessun sostegno, nessuna protezione. “My Voice My Choice” ha dato una voce a oltre un milione di persone (il riferimento è all’1,2 milioni di firmatari dell’Iniziativa, ndr) che rifiutano di accettare questo come una realtà».
«Fornire alle donne cure sanitarie di qualità e accessibili finanziariamente – ha detto per parte sua la vicepresidente esecutiva della Commissione Roxana Minzatu, responsabile per i Diritti sociali – vuol dire rispettare i loro diritti e la loro dignità di base. È in questo senso che noi rispondiamo a “My Voice My Choice”». Grazie a “My Voice my choice” – iniziativa a favore degli aborti – «salveremo migliaia di vite», giubila ancora Lahbin.
Una cosa è chiara: per l’Ue l’aborto rientra a pieno nel quadro del diritto alla salute sancito dai Trattati, almeno là dove esso è legale. La comunicazione sulla risposta all’Iniziativa richiama una sentenza della Corte di Giustizia Ue, secondo la quale anche l’interruzione di gravidanza «costituisce un servizio» cui, in base al trattato Ue, hanno diritto anche cittadini di un altro Stato Ue.
Del resto, afferma la Commissione nel documento, «l’aborto non sicuro è materia di sanità pubblica. Può portare a vare forme di danno fisico (incluse la morte o la sterilità) e grave stress mentale». Di qui il riferimento all’Efs+, il cui obiettivo è la promozione delle condizioni sociali e sanitarie della popolazione.
La Commissione chiarisce che gli Stati membri potranno utilizzare questi fondi Ue, se lo vorranno, ad esempio per finanziare aborti di donne in condizione di vulnerabilità. In realtà, ha ammesso Minzatu, non è una vera novità: era già possibile. Quello che fa la Commissione ora è evidenziare questa possibilità.
Per farlo gli Stati membri dovranno però emendare i propri programmi di utilizzo dell’Esf+ (il cui funzionamento è un “partenariato”: Bruxelles ci mette i soldi, gli Stati membri indicano come vorranno utilizzarlo). Secondo la Commissione, dieci Stati membri si sono già espressi in questa direzione.
La delucidazione sull’Esf+, tuttavia, è in realtà il modo dell’esecutivo Ue per indorare la pillola del no all’iniziativa. «La Commissione – recita la comunicazione – ritiene che non sia necessaria una nuova proposta per un’azione legislativa per realizzare gli obiettivi dell’iniziativa», affermando che «programmi esistenti (appunto l’Efs+, ndr) già consentono misure per il miglioramento dell’accesso ai servizi sanitari per l’aborto, nella misura in cui non interferiscono con le competenze degli Stati membri» in base ai trattati Ue.
In effetti il ragionamento giuridico della Commissione si fonda sul fatto che l’utilizzo di fondi Ue «deve rispettare le responsabilità degli Stati membri di disegnare le proprie politiche sanitarie e dell’organizzazione e della somministrazione di servizi sanitari e cure mediche». Allo stesso modo «la decisione di uno Stato membro se legalizzare o meno l’aborto e a quali condizioni ricade pienamente nella sua libertà di organizzare le cure sanitarie». Dunque «deve essere esclusa un’azione Ue che abbia impatto sulla decisione di uno Stato membro di consentire o meno e a quali condizioni l’aborto».
La richiesta degli organizzatori non è giuridicamente fattibile, in quanto, avverte la Commissione, «qualsiasi meccanismo di finanziamento Ue deve restare pienamente neutrale per quanto riguarda il luogo di origine e/o di residenza del paziente e non può essere mirato specificamente a donne da Stati membri in cui l’aborto in questione non sia legalmente possibil»”.
In effetti, se Minzatu ha spiegato che sarà possibile includere anche le donne provenienti da altri Stati membri nella categoria di quelle “vulnerabili”, ciò non potrà essere mirato solo a loro. La stessa comunicazione avverte che gli emendamenti dei programmi degli Stati membri di utilizzo dell’Efs+ «dovranno rispettare la legislazione dell’Unione e i principi del Trattato. Questo implica che l’azione dovrà essere aperta a donne a prescindere dal loro luogo di residenza e non potrà essere mirata a donne di un altro Stato membro». Traduciamo: “l’Erasmus dell’aborto”, come lo chiamano i critici, non si potrà fare.

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