«Il Dna sta cambiando le cure, ma va interpretato da esperti»

Novelli (Tor Vergata): la genetica ha individuato malattie e scoperto terapie, le mutazioni interagiscono con ambiente e stile di vita e si combinano tra loro. Le diagnosi prenatali? È la società che non deve scegliere lo scarto
March 12, 2026
«Il Dna sta cambiando le cure, ma va interpretato da esperti»
Giuseppe Novelli, docente di Genetica medica all'Università di Roma Tor Vergata, in laboratorio
«Si comincia sempre con un foglio e una matita». Nell’epoca dei computer sempre più potenti e delle analisi sempre più approfondite sulle funzioni dei singoli geni, Giuseppe Novelli, docente di Genetica medica all’Università di Roma Tor Vergata (di cui è stato anche rettore) per valutare il Dna di un paziente parte da una ricostruzione del suo albero genealogico. E invita a fidarsi solo di centri qualificati per analizzare i dati genetici i quali, anche se sempre più accurati e precisi, hanno bisogno di una interpretazione che li collochi in un contesto, evitando il “genòscopo”, brutta copia dell’oroscopo. La formazione e la storia professionale di Novelli, intrecciata con i progressi della genetica negli ultimi decenni, sono raccontate in Leggere i geni, scritto in collaborazione con il biologo e giornalista Enrico Orzes (da poco pubblicato da Egea Press, 208 pagine, 22,90 euro).
La genetica ha fatto un balzo in avanti enorme con il Progetto Genoma. Qual è il valore predittivo delle analisi genetiche?
Il Dna contiene una quantità straordinaria di informazioni: se traducessimo tutto quello di un individuo potremmo scrivere 8mila volte la Divina Commedia. Con una biblioteca così grande, è necessario capire quante notizie sono traducibili in informazioni pratiche, in termini clinico-diagnostici. Grazie alla conoscenza del Dna è cambiata la storia clinica delle malattie rare: oggi molte hanno acquistato un nome preciso, e per alcune sono stati trovati farmaci e possono essere curate in modo definitivo. Però va ricordato che non basta analizzare il Dna, ma anche il contesto.
Che cosa significa?
Il Dna va letto, ma poi va interpretato. Altrimenti, ottengo il “genòscopo”, cioè l’oroscopo basato sui geni. Invece bisogna tradurlo in informazioni: e non basta un essere umano, servono computer e software. A questo scopo, nel nostro Policlinico di Tor Vergata a Roma ho attivato un ambulatorio di medicina predittiva. Serve anche per persone che si fanno leggere il Dna da “stregoni” su Internet e poi davanti a un report di 200 pagine (magari in inglese) non sanno che cosa fare. E io, per prima cosa, con un foglio e una matita comincio a disegnare il loro albero genealogico, e a chiedere informazioni sulla salute di nonni, genitori, fratelli, figli. Da qui si capisce almeno il 30-40% dell'informazione di rischio. Poi il soggetto, che magari è sano, deve essere valutato da un punto di vista clinico: se nella storia della sua famiglia ci sono eventi di natura cardiovascolare, indagherò i geni di predisposizione alle malattie cardiovascolari. Gli indico i suoi rischi predittivi reali, ma gli suggerisco anche cosa fare per mitigarli. Anche il ministero della Salute ricorda che i test genetici devono essere eseguiti in centri seri, che non solo conoscano la genetica, ma sappiano fornire consulenza prima e dopo il test. Visto che le conseguenze possono essere personali, familiari o anche matrimoniali, le informazioni vanno gestite da chi conosce la genetica. 
Di fronte a predisposizioni a sviluppare malattie in modo abbastanza preciso, come la corea di Huntington, come si informano i pazienti e i familiari?
Nella consulenza specialistica dopo il test genetico, si spiegano il significato della mutazione e il ruolo che potrebbe avere. Per la corea di Huntington, ma anche per l’Alzheimer, oggi sappiamo che ci sono persone che hanno la mutazione ma non sviluppano la malattia, perché hanno altre mutazioni in altri geni che la sopprimono o la riducono. Per la corea di Huntington quest’anno partono le prime sperimentazioni di terapia genica. Molti pazienti con rischio familiare di rene policistico dell’adulto, che porta alla necessità di un trapianto renale, possono saperlo con 20-30 anni di anticipo ed entrare in una lista d’attesa “in tempo”. Alcune mutazioni che predispongono al cancro al seno e all’ovaio permettono di intervenire con la chirurgia e ridurre quasi a zero (dall’80%) il rischio di sviluppare la malattia. Lo stesso per la tiroide. Le informazioni del Dna stanno cambiano molte prospettive di cura.
È sempre bene conoscere, ma i test prenatali sollevano altri problemi: sono utili se predispongono alla cura, ma problematici se indirizzano all’aborto. Come vanno gestiti?
Sono stato uno dei primi a introdurre diagnosi prenatali all'Università Cattolica oltre trent’anni fa. Il problema è come ti poni di fronte alla diagnosi, poniamo di sindrome di Down: i genitori mi chiedevano che cosa significa, e io spiegavo che queste persone parlano, camminano, possono lavorare, eccetera. Se sono seguiti con attenzione, la curva del ritardo mentale diminuisce (hanno poi un maggior rischio di leucemia e di alcune patologie cardiache). Occorrono logopedisti, terapisti, assistenti sociali: la società deve porsi in atteggiamento di accoglienza verso le persone con sindrome di Down. Per molte altre patologie, il progresso scientifico è stato enorme: di fronte alla diagnosi di fibrosi cistica, spesso l’esito era l’aborto. Oggi non facciamo nemmeno più diagnosi prenatali perché c’è una cura. E così per altre patologie: molto spesso è bene saperlo in anticipo, perché prima si interviene e meglio si curano, a volte addirittura in utero. Negli ultimi dieci anni è cambiato il paradigma anche delle diagnosi prenatali. Ma il problema è altrove, non nella genetica.
Che cosa intende dire?
Dipende dalla società. Oggi nelle procedure di fecondazione assistita è stato introdotta la selezione degli embrioni sulla base di un polygenic score (punteggio poligenico), cioè un calcolo matematico probabilistico per scegliere quello più immune da patologie sulla base del loro corredo genetico. Ma ci sono una serie di mutazioni post zigotiche, cioè successive al concepimento, che non si possono prevedere. Recentemente ho dimostrato che il punteggio poligenico è basato su un principio sbagliato, perché ignora una serie di altri fattori: dalle abitudini di salute della madre (beve, fuma) ad altre caratteristiche dell'ambiente in cui il bambino crescerà. In un mio articolo su Nature Reviews Urology ho dimostrato che lo spermatozoo non è solo il 50% del Dna che il padre trasmette, ma anche un'informazione epigenetica, il vestito: se il papà ha fatto più o meno sport o se mangia male, cambia il vestito e si riflette sul concepito. Pensi che in una grotta nel Cosentino sono state trovate ossa, risalenti a 11mila anni fa, di bambini colpiti da una forma di nanismo: questo dimostra che nel Paleolitico bambini con difetti genetici venivano accettati dalla società e non scartati o uccisi. Quindi dobbiamo agire con la conoscenza sulla società per evitare la logica dello scarto.
Privacy: anni fa si temevano "schedature di massa", le forze dell'ordine ritengono utili le banche dati del Dna, ma i rischi di cattivo utilizzo esistono. Il New York Times ha documentato l'uso distorto di un’analisi genetica negli Stati Uniti, piegata a a "dimostrare" l'inferiorità intellettiva delle persone di colore. Come bilanciare gli interessi in gioco?
Il razzismo è un problema che nasce nella società, non nella genetica, che anzi ha eliminato costrutti sociali privi di scientificità: proprio il Dna ha dimostrato che le razze non esistono. Il caso riportato dal New York Times riguarda la violazione di una banca dati da parte di persone che hanno poi falsificato le informazioni per i propri scopi, capovolgendo i risultati dell'indagine che studiava l'autismo nei bambini. Ma la questione riguarda la protezione delle informazioni, non la genetica: quando facciamo un prelievo di sangue, lasciamo il nostro Dna. Bisogna vigilare perché nessuno se ne impossessi illecitamente. Oggi esistono sistemi di protezione dei dati straordinari, ma bisogna essere sempre aggiornati. 
La scienza non ha nulla da rimproverarsi?
Allo stato attuale c'è stato solo un caso di utilizzo del tutto scorretto della genetica, ed è quello degli embrioni modificati geneticamente in Cina da He Jiankui per far nascere due gemelle "protette" contro il virus dell'Aids. Il suo laboratorio è stato chiuso, lui è stato condannato a 4 anni di carcere e la Cina ha modificato la sua legislazione in senso restrittivo. La comunità scientifica lo ha isolato e tuttora è in vigore una moratoria all'utilizzo della tecnica Crispr-Cas9 (le forbici molecolari, ndr) applicata alle cellule della linea germinale, che possono trasmettere le modificazioni alla prole. He Jiankui non è nemmeno riuscito nel suo intento: in una gemella il risultato è stato parziale, nell'altra il risultato è stato a mosaico, cioè alcune cellule risultavano corrette, altre no. A dimostrare che si sa ancora troppo poco della biologia dello sviluppo dell'embrione. Però l'errore non è nella tecnica Crispr-Cas9, ma nell'uso.
La stessa tecnica di recente è risultata utile per curare la talassemia. Quali progressi ha portato la genetica per questa malattia?
Andai in Sardegna, che decenni or sono era fortemente colpita da questa malattia, per seguire l’approccio del genetista Antonio Cao. Egli capì che non bastava fare l’analisi per scoprire i portatori sani del difetto genetico, ma sviluppò anche una campagna di informazione nelle scuole, con gli altoparlanti per le strade, con messaggi in televisione. Si spiegavano le probabilità di trasmissione della malattia da parte di due portatori sani: in pochi anni la frequenza di malati talassemici è crollata, tant'è che il modello è stato copiato in tutto il mondo, e Cao ottenne da parte della Società americana di genetica umana il premio Allan Award, uno dei più prestigiosi. Adesso non si fa nemmeno più la diagnosi prenatale per la talassemia, perché c’è una cura. Ed è frutto della genetica, con il Crispr-Cas9. Uno dei centri che l’ha sviluppata è il "Bambino Gesù" di Roma, sotto la direzione dell’oncoematologo Franco Locatelli.
È vero che abbiamo tutti il 3% di trasmettere anomalie genetiche alla prole? Come si spiegano tali rischi alle coppie?
È vero che il rischio generico per ogni coppia della specie umana di avere un figlio con qualche anomalia genetica è il 3%, cifra che raddoppia nel caso di primi cugini. Oggi però conosciamo che molte mutazioni sono dovute a un rischio che noi definiamo “nuovo”, cioè non sono presenti nei genitori ma si originano durante lo sviluppo. Abbiamo dati che queste mutazioni sono presenti nel 16% dei nati. Quando faccio consulenza a futuri genitori spiego che il Dna perfetto non esiste: tutti noi nasciamo con almeno 100-150 mutazioni. Però non sono tutte patogenetiche: alcune sono benigne, neutre, altre si combinano tra di loro e possono dare una malattia, altre si combinano se si conducono stili di vita non sani (fumo, alimentazione scorretta, assunzione di farmaci, alcol in gravidanza). Quindi è cambiata molto l’informazione che trasmettiamo nelle consulenze genetiche. In conclusione, i test genetici sono utili, ma non bisogna fidarsi di Internet: devono essere erogati e somministrati nel modo giusto e nei centri che offrono consulenze. Dove cominciano, con un foglio e una matita, a disegnare il vostro albero genealogico.

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