Eutanasia, guerre, cultura di morte: qui: servono nuovi “profeti” della vita
Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita riflette sul calo di tensione nel promuovere la cultura della vita, anche se proprio le grandi sfide di oggi alla dignità umana imporrebbero il rilancio della riflessione e della presenza. Con una nuova “profezia”

Nel 1970-71 nasce negli Stati Uniti il neologismo “bioetica” – cioè “etica della vita” – per opera di V. R. Potter e poi del Kennedy Center (Università di Georgetown a Washington DC), anche se si è scoperto il termine “bioetica” in tedesco negli scritti del pastore Fritz Jahr nel 1927. La prospettiva di Potter poneva la vita al centro, quella umana e quella dell'intero pianeta, richiamando la necessità di una nuova responsabilità di tutti per un “ponte verso il futuro”. E tale impostazione è stata rilanciata nella bioetica globale, ripresa di recente da Henk ten Have: si pone attenzione al mondo globalizzato, criticato per una deriva neoliberale ed economicista, e si approfondiscono i valori e i princìpi etici che definiscono la responsabilità personale e sociale verso i problemi che riguardano la vita e la salute delle persone, delle comunità e dell'intero creato. Risuonano in questa prospettiva, le indicazioni di papa Francesco nelle sue encicliche Laudato si’, sulla cura della casa comune (2015), e Fratelli tutti, sulla fraternità e l'amicizia sociale (2020).
La sfida delle questioni globali
La bioetica globale ricorda il legame e l’interconnessione tra tutti gli esseri umani, in quanto appartenenti a un’unica famiglia che abita la “casa comune”. Si prospetta una nuova integrazione tra i diversi saperi scientifici, tecnologici e umanistici per affrontare le sfide generate da problemi sempre più globali come le disuguaglianze, la povertà, l'emigrazione, le pandemie, i cambiamenti climatici, con le loro ripercussioni sulla vita e la salute delle persone. Incoraggia a ripensare le esperienze umane fondamentali come generare, nascere, morire, ammalarsi ed essere curati, delineando meglio le responsabilità individuali, delle professioni socio-sanitarie delle istituzioni e della politica, per realizzare una nuova e completa “etica della vita”.

D’altra parte, purtroppo, continuano o crescono indifferenza, rassegnazione, e una “cultura della morte” già denunciata da papa Giovanni Paolo II. E papa Francesco e papa Leone hanno evidenziato la tendenza a una “globalizzazione dell’indifferenza” che accetta ingiustizie, violenza, guerre e tante forme di minaccia alla dignità intrinseca di ogni persona. Si seminano parole di odio, si giustificano pratiche contro la vita come aborto ed eutanasia, si lascia che nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, invadano in maniera eccessiva tutti gli ambiti della vita, per un controllo su di essa. La vita sembra perdere valore e, ricorda papa Leone, viene percepita «non più come un dono, ma un'incognita, quasi una minaccia da cui preservarsi per non rimanere delusi. Per questo, il coraggio di vivere e di generare vita, di testimoniare che Dio è per eccellenza “l’amante della vita” oggi è un richiamo quanto mai urgente».
La meraviglia di essere vivi
Diventa allora importante riprendere il dialogo e la collaborazione tra diversi saperi, culture e religioni per considerare ogni vita umana come un valore fondamentale, come un dono, come un impegno da accogliere, promuovere. Parole come amore, rispetto, responsabilità, giustizia e solidarietà dovrebbero esprimere il nostro atteggiamento verso la vita, dal suo inizio alla sua fine, ritrovando la meraviglia di “essere vivi”, anche in mezzo a difficoltà, prove, complessità dell’esistenza. Giovanni Paolo II ha posto la bioetica tra i “segni di speranza” per la possibilità di riflessione e dialogo tra credenti e non credenti e tra credenti di diverse religioni, sui problemi etici, anche fondamentali, che riguardano la vita dell'uomo (Evangelium vitae, n.27).
Perché servono parole condivise
È necessario un “vocabolario” dei problemi e dei concetti (ad esempio terapia genica, potenziamento, intelligenza artificiale, accanimento terapeutico...) per una riflessione etica che aiuti le decisioni a tutti i livelli e ispiri la stessa normativa giuridica. Ma emerge anche la necessità di una bioetica che ritorni più “profetica”, critica verso certe derive tecnologiche e ideologiche capace di ascoltare e di confrontarsi sulle questioni antropologiche di fondo sostenendo una vera “passione per la vita”. Occorre discernimento e saggezza nell’affrontare i problemi che toccano la vita e la morte delle persone, la salute di uomini, animali e ambiente. Papa Francesco ricordava che l’attenzione e la cura per la vita devono garantire il rispetto di ogni persona e che nessuno può essere ridotto a “scarto”: «Si trattano così specialmente i più fragili: i bambini non ancora nati, gli anziani, i bisognosi e gli svantaggiati... ciascuno è un dono sacro, ciascuno è un dono unico a ogni età e in ogni condizione. Rispettiamo e promuoviamo la vita sempre! Non scartiamo la vita!» (Angelus, 29 gennaio 2023)
Monsignor Renzo Pegoraro è presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Il Papa lo ha appena nominato arcivescovo
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