«Etica essenziale per garantire una scienza a servizio dell'uomo»

Parolini (direttore scientifico Irccs Casa Sollievo della Sofferenza): «Altrimenti rischia di perdere la propria legittimità sociale». Ma oggi «le questioni bioetiche tendono a emergere soprattutto in presenza di casi eclatanti»
April 9, 2026
«Etica essenziale per garantire una scienza a servizio dell'uomo»
Ornella Parolini, direttore scientifico dell'Irccs Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia)/Ufficio comunicazione - Casa Sollievo della Sofferenza
«Si osserva una certa discontinui­tà e frammentazione del dibat­tito. Le questioni bioetiche ten­dono a emergere soprattutto in presenza di casi eclatanti, spesso con una forte esposizione mediatica». Ornella Parolini, professore ordinario di Biologia cellulare e applicata presso la Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma e direttore scientifi­co Irccs “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo (Foggia), vanta una lunga esperienza di ricerca in settori di frontiera. Quando nel 2005 nasceva l’in­serto “è vita”, in occasione del referendum per le modifiche alla legge sulla procrea­zione medicalmente assistita (40/2004 ), Ornella Parolini guidava il Centro di ricer­ca “Eugenia Menni” della Fondazione Po­liambulanza di Brescia (incarico che man­tiene tuttora), dove con il suo gruppo sco­prì (e pubblicò nel 2004 sulla rivista Tran­splantation) la presenza delle cellule sta­minali mesenchimali nei tessuti della pla­centa. Mentre il dibattito si polarizzava sulla “necessità” di utilizzare gli embrio­ni per procurarsi cellule staminali per cu­rare i malati, un approccio rispettoso dell’essere umano dimostrava che esistevano vie etiche per la ricerca scientifica, e più promettenti proprio per gli scopi te­rapeutici, come gli sviluppi successivi del­la ricerca hanno poi dimostrato.
Perché nella ricerca scientifica (e a mag­gior ragione nella clinica) non si può prescindere dalla valutazione etica del­le proprie azioni?
La ricerca scientifica e la pratica clinica hanno come riferimento diretto la persona, la sua salute e la sua dignità. Per questo non possono esse­re considerate attività eti­camente neutre. Ogni scel­ta – dalla progettazione di uno studio alla gestione dei dati, all’utilizzo di cam­pioni biologici, fino all’ap­plicazione clinica – impli­ca valutazioni su rischi, be­nefici e diritti. In questo contesto, è essenziale che il progresso scientifico non determini ef­fetti sproporzionati o ingiustificati a cari­co di singoli individui. Ogni persona de­ve essere considerata nella sua dignità, e l’avanzamento della conoscenza deve sempre accompagnarsi alla tutela della sicurezza e dei diritti dei soggetti coinvol­ti. La dimensione etica è essenziale per garantire che il progresso scientifico sia realmente al servizio dell’uomo, evitan­do abusi, disuguaglianze o danni. In am­bito clinico questo è ancora più eviden­te: la competenza del medico è indispen­sabile, ma è grazie all’attenzione etica che si garantisce una reale tutela del pazien­te, soprattutto quando si tratta di speri­mentazioni cliniche. Senza questa di­mensione, la scienza ri­schierebbe di perdere la propria legittimità sociale.
Come è cambiata l’atten­zione ai valori bioetici nella ricerca e nella prati­ca clinica?
Negli ultimi vent’anni si è assistito a una crescente strutturazione dell’atten­zione ai temi bioetici, so­prattutto nella ricerca. Co­mitati etici, normative più rigorose e una maggiore attenzione al consenso informato e alla protezione dei dati hanno reso la valuta­zione etica una componente stabile del lavoro scientifico. Resta però il rischio che questa attenzione si riduca a un adempi­mento formale, più che a una riflessione realmente condivisa e sostanziale, capa­ce di orientare in modo consapevole le scelte scientifiche e cliniche e di contri­buire a rafforzare la consapevolezza eti­ca nella società.
Le tematiche etiche sono state accanto­nate nel dibattito pubblico?
Più che un accantonamento, si osserva una certa discontinuità e frammentazio­ne del dibattito. Le questioni bioetiche tendono a emergere soprattutto in pre­senza di casi eclatanti, spesso con una for­te esposizione mediatica. In questi conte­sti, il confronto si polarizza facilmente e assume toni più politici o ideologici che propriamente etici. Il rischio è quello di semplificare problemi complessi, ridu­cendoli a contrapposizioni rigide. Per questo – e qui indosso il cappello da do­cente universitaria – la formazione gioca un ruolo cruciale. Trasmettere conoscen­ze scientifiche e mediche senza accom­pagnarle con una consapevolezza della loro dimensione etica, o senza suscitare una riflessione in tal senso, è limitante: si­gnifica non coglierne pienamente il sen­so e le implicazioni. Educare alla com­plessità, includendo anche le domande etiche, è fondamentale per favorire un percorso più maturo e responsabile di chi domani sarà chiamato a prendere deci­sioni in questi ambiti.

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