«Etica essenziale per garantire una scienza a servizio dell'uomo»
Parolini (direttore scientifico Irccs Casa Sollievo della Sofferenza): «Altrimenti rischia di perdere la propria legittimità sociale». Ma oggi «le questioni bioetiche tendono a emergere soprattutto in presenza di casi eclatanti»

«Si osserva una certa discontinuità e frammentazione del dibattito. Le questioni bioetiche tendono a emergere soprattutto in presenza di casi eclatanti, spesso con una forte esposizione mediatica». Ornella Parolini, professore ordinario di Biologia cellulare e applicata presso la Facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma e direttore scientifico Irccs “Casa Sollievo della Sofferenza” di San Giovanni Rotondo (Foggia), vanta una lunga esperienza di ricerca in settori di frontiera. Quando nel 2005 nasceva l’inserto “è vita”, in occasione del referendum per le modifiche alla legge sulla procreazione medicalmente assistita (40/2004 ), Ornella Parolini guidava il Centro di ricerca “Eugenia Menni” della Fondazione Poliambulanza di Brescia (incarico che mantiene tuttora), dove con il suo gruppo scoprì (e pubblicò nel 2004 sulla rivista Transplantation) la presenza delle cellule staminali mesenchimali nei tessuti della placenta. Mentre il dibattito si polarizzava sulla “necessità” di utilizzare gli embrioni per procurarsi cellule staminali per curare i malati, un approccio rispettoso dell’essere umano dimostrava che esistevano vie etiche per la ricerca scientifica, e più promettenti proprio per gli scopi terapeutici, come gli sviluppi successivi della ricerca hanno poi dimostrato.
Perché nella ricerca scientifica (e a maggior ragione nella clinica) non si può prescindere dalla valutazione etica delle proprie azioni?
La ricerca scientifica e la pratica clinica hanno come riferimento diretto la persona, la sua salute e la sua dignità. Per questo non possono essere considerate attività eticamente neutre. Ogni scelta – dalla progettazione di uno studio alla gestione dei dati, all’utilizzo di campioni biologici, fino all’applicazione clinica – implica valutazioni su rischi, benefici e diritti. In questo contesto, è essenziale che il progresso scientifico non determini effetti sproporzionati o ingiustificati a carico di singoli individui. Ogni persona deve essere considerata nella sua dignità, e l’avanzamento della conoscenza deve sempre accompagnarsi alla tutela della sicurezza e dei diritti dei soggetti coinvolti. La dimensione etica è essenziale per garantire che il progresso scientifico sia realmente al servizio dell’uomo, evitando abusi, disuguaglianze o danni. In ambito clinico questo è ancora più evidente: la competenza del medico è indispensabile, ma è grazie all’attenzione etica che si garantisce una reale tutela del paziente, soprattutto quando si tratta di sperimentazioni cliniche. Senza questa dimensione, la scienza rischierebbe di perdere la propria legittimità sociale.
Come è cambiata l’attenzione ai valori bioetici nella ricerca e nella pratica clinica?
Negli ultimi vent’anni si è assistito a una crescente strutturazione dell’attenzione ai temi bioetici, soprattutto nella ricerca. Comitati etici, normative più rigorose e una maggiore attenzione al consenso informato e alla protezione dei dati hanno reso la valutazione etica una componente stabile del lavoro scientifico. Resta però il rischio che questa attenzione si riduca a un adempimento formale, più che a una riflessione realmente condivisa e sostanziale, capace di orientare in modo consapevole le scelte scientifiche e cliniche e di contribuire a rafforzare la consapevolezza etica nella società.
Le tematiche etiche sono state accantonate nel dibattito pubblico?
Più che un accantonamento, si osserva una certa discontinuità e frammentazione del dibattito. Le questioni bioetiche tendono a emergere soprattutto in presenza di casi eclatanti, spesso con una forte esposizione mediatica. In questi contesti, il confronto si polarizza facilmente e assume toni più politici o ideologici che propriamente etici. Il rischio è quello di semplificare problemi complessi, riducendoli a contrapposizioni rigide. Per questo – e qui indosso il cappello da docente universitaria – la formazione gioca un ruolo cruciale. Trasmettere conoscenze scientifiche e mediche senza accompagnarle con una consapevolezza della loro dimensione etica, o senza suscitare una riflessione in tal senso, è limitante: significa non coglierne pienamente il senso e le implicazioni. Educare alla complessità, includendo anche le domande etiche, è fondamentale per favorire un percorso più maturo e responsabile di chi domani sarà chiamato a prendere decisioni in questi ambiti.
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