Cure palliative, un toccasana anche nelle Rsa

Gli esperti concordano sul fatto che sono necessarie a garantire il rispetto delle persone nella fase conclusiva della vita. Ma non sono previste negli standard, lamentano i protagonisti di un convegno a Lentate sul Seveso
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May 26, 2026
Cure palliative, un toccasana anche nelle Rsa
Convegno a Villa Cenacolo
In Italia ci sono circa 300mila anziani che trascorrono la parte finale della loro vita in una Rsa. E poi ci sono cure palliative che potrebbero portare sollievo e dignità proprio in quei luoghi. Perché la fragilità e la non autosufficienza richiedono un supporto che va oltre la semplice somministrazione di farmaci, come spiegano gli esperti che, proprio mentre in Lombardia si accende il confronto politico sul fine vita e in Parlamento a Roma la legge nazionale cerca di muovere qualche faticoso passo, partecipano al convegno “Il viaggio oltre la vita. Etica, cure e dignità nel fine vita” nella Rsa Villa Cenacolo di Lentate sul Seveso (Monza).
«Stare accanto alla persona che inizia con il decadimento cognitivo e poi arriva alla fase terminale comporta grande attenzione ed equilibrio», spiega Erica Sibillo, direttore sanitario della grande Rsa brianzola, storica dimora del ‘700. «Noi – aggiunge – ci prendiamo cura non solo dell’ospite ma anche della famiglia, del caregiver. I familiari hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, che spieghi quello che sta succedendo. Nella Rsa non sempre arriviamo a guarire le persone, ma grazie alle cure palliative è possibile accompagnarle nella complessità e nella meraviglia del percorso di vita».
E così succede che ogni bisogno viene accolto e preso in carico. «Nella Rsa non sono previsti i palliativisti, ma qui in Lombardia si cerca di integrare sempre di più il territorio, le cure domiciliari e quelle in Rsa. In questo modo – dice Sibillo – possiamo garantire il rispetto della fase conclusiva della vita, dove le priorità sono la qualità e la dignità della persona. E poi anche l’etica: è importante prendere decisioni corrette, giuste e rispettose della persona che si trova nella fase terminale della vita o comunque in condizioni cliniche irreversibili». Per farlo occorre intrecciare diverse competenze e responsabilità: «È fondamentale pianificare tempestivamente un percorso di cure chiaro e condiviso, stabilendo per ogni fase della patologia chi fa cosa, nel rispetto dei desideri e soprattutto della dignità dell’essere umano».
Anche nelle Rsa, dunque, le cure palliative potrebbero davvero fare la differenza. «Gli anziani e i grandi anziani, che stanno aumentando percentualmente per i cambiamenti socio-demografici in atto, a un certo punto della loro vita diventano oggetto dei bisogni di cure che migliorino la qualità della vita – rimarca Marcello Ricciuti, membro del Comitato nazionale per la bioetica e direttore dell’hospice e cure palliative dell’azienda ospedaliera San Carlo di Potenza, tra i protagonisti del convegno di oggi –. E quindi è importante che i medici, il personale sanitario, psicologi e infermieri abbiano la capacità di identificare i momenti evolutivi delle malattie delle persone che vivono la tarda età, e li indirizzino alle unità di cure palliative che possono essere fornite a domicilio, negli hospice e anche nelle Rsa».
I benefici per i pazienti sono concreti: «Le cure palliative – aggiunge Ricciuti – portano sollievo dal dolore che spesso accompagna queste situazioni di malattia o anche di cronicità complesse, e dagli altri sintomi che gravano sulla persona sofferente. E poi prevedono il supporto psicologico, spirituale e sociale. Gli studi dimostrano che, laddove questi principi di cure vengono applicati, si riduce grandemente il rischio della tentazione del suicidio assistito». Soprattutto se, col passare degli anni, spaventa anche solo l’idea di ritrovarsi fragili e privi di autonomia. «I soggetti affetti da declino fisico, psichico e sociale, che dispongono di ridotte capacità motorie, intellettive e relazionali – sottolinea don Alberto Frigerio, docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano, anche lui relatore – vanno accompagnati e assistiti, promuovendo le loro potenzialità residue, favorendo vicinanza fisica, emotiva, psicologica e spirituale. Trattare il tema della morte rientra nelle pratiche di cura buona. Affrontare apertamente un evento ineludibile consente di vivere l’ultimo capitolo dell’esistenza promuovendo relazioni autentiche, facendo il consuntivo della vita terrena e aprendosi alla vita eterna».

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