I consumatori americani nel baratro. Chi li tirerà fuori?
I prezzi corrono, gli stipendi calano: la fiducia delle famiglie Usa ha toccato il livello più basso dagli anni '60. Un problema non solo economico ma anche politico

A giudicare dalle immagini, tra i più arrabbiati del momento ci sono gli irlandesi. Da giorni le cronache riportano di proteste di massa contro il caro-carburante, con blocchi stradali, esercito in piazza e la promessa da parte del governo di studiare misure di emergenza per ovviare al rincaro dei prezzi. Anche perché dopo tre giorni di blocchi ora la benzina non solo è costosa ma anche introvabile: con le vie di comunicazione paralizzate, ormai 600 distributori sui 1.500 distribuiti in tutto il Paese ieri avevano esaurito il carburante.
Dall'Irlanda al resto del mondo
La situazione è simile in tutto il pianeta, e la risposta è nelle navi in coda allo stretto di Hormuz, dove non si passa (quasi) più da quando Israele e Stati Uniti hanno avviato la nuova offensiva contro l'Iran. In Cina, ad esempio, l'ondata di rialzi dei prezzi ha interrotto una "spirale deflazionistica" dei prezzi alla produzione (non di quelli applicati ai consumatori) che durava da tre anni. In Europa l'ondata sta arrivando e a marzo ha visto l'inflazione salire al 2,5% dall'1,9% di febbraio, segnando il massimo da inizio 2025. L'Italia per ora se la cava con un +1,7%, ma difficilmente potrà restare su questi livelli ancora per molto.
Cosa succede negli Usa
Merita un approfondimento la situazione americana, che è un po' diversa per ragioni economiche e soprattutto politiche. Il dato sui prezzi è uscito l'altroieri, e parla di un balzo del 3,3% su base annua, il massimo degli ultimi due anni. Nonostante il presidente Trump si affanni a ricordare che gli Stati Uniti sono ricchi di riserve di gas e petrolio, dietro all'impennata dell'inflazione ci sono proprio i prezzi del carburante, con la benzina che è balzata di un quinto in un solo mese, un dato che non si vedeva da quasi sessant'anni. Altri beni per fortuna corrono meno e compensano gli effetti sui consumatori, ma tra le famiglie americane l'umore è nero. Qui vale la pena di guardare un indicatore specifico, realizzato dall'Università del Michigan, che dagli anni '60 misura le aspettative degli americani in termini di spese e risparmi, monitorate da un migliario di questionari inviati mensilmente in tutti gli Stati americani. La base dell'indice è 100, pari alla fiducia riscontrata nel 1966: da allora si è saliti fino a massimi intorno a 120 punti a fine anni '90 e poi nel 2015-2016, mentre il record più basso finora toccato era quello di 50 punti, raggiunto a giugno 2022 proprio mentre ci si preparava ai rincari legati al conflitto in Ucraina. La guerra in Iran, però, sta preoccupando ancora di più le famiglie americane. Infatti l'ultimo dato dell'indice del Michigan, relativo ad aprile, è ancora più basso: 47,6 punti.

Va detto che non sempre questi indicatori, di natura essenzialmente qualitativa, diventano realtà. Tuttavia l'umore nero dei consumatori è un dato di fatto, così come le sue ragioni legate a un deterioramente complessivo delle condizioni economiche delle famiglie. Per loro i prezzi corrono e gli stipendi scendono, come dimostra il calo dello 0,9% dei redditi reali settimanali ufficializzato sempre in settimana. Un quadro complesso dalle possibili e pesanti ricadute politiche, come dimostra il consenso ai minimi toccato dal presidente Trump e il disperato tentativo del suo vice Vance di trovare una soluzione alla crisi iraniana. Prima il Covid con la faticosa ripartenza dei traffici globali, poi l'attacco della Russia all'Ucraina hanno acceso diverse volte i prezzi nel corso degli ultimi anni: si trattava, in quei casi, di scenari imprevedibili o comunque dalle molteplici cause. Questa volta, con la guerra in Iran e la "ritorsione" su Hormuz e l'effetto a cascata sui prezzi dei combustibili, la situazione è un po' diversa e le responsabilità molto più facili da individuare. Ma non illudiamoci: uscirne sarà tutt'altro che facile.
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