La forza di Wojtyla e Toaff: 40 anni fa, una svolta storica
Il 13 aprile 1986, la visita di Giovanni Paolo II al Tempio Maggiore di Roma. Un gesto senza precedenti che avvicinò cattolici ed ebrei dopo secoli di distanza e dolore, aprendo un nuovo percorso comune

Domani ricorrono quarant’anni della visita di Giovanni Paolo II al Tempio maggiore degli ebrei di Roma. La definirono un fatto storico e lo fu, considerando la millenaria distanza tra Chiesa cattolica e ebraismo, l’antigiudaismo e l’antisemitismo, la memoria del ghetto (in cui i Papi rinchiudevano gli ebrei fino a Pio IX), nella cui area è ora la grande sinagoga. Fu uno dei viaggi più lunghi di papa Wojtyla, nonostante la breve distanza tra il Vaticano e Largo Stefano Gaj Taché, dov’è la sinagoga. Stefano, a due anni, fu ucciso da un commando terroristico palestinese nel 1982, davanti a una sinagoga senza presidio delle forze dell’ordine. Fu un’ulteriore ferita per la Comunità tanto provata dalla Shoah (circa 1.800 ebrei deportati nei nove mesi dell’occupazione nazista senza più far ritorno a Roma).
Giovanni Paolo II conosceva il dolore dei figli d’Israele, era stato amico degli ebrei nella sua città natale, e a Cracovia testimone della Shoah negli anni durissimi dell’occupazione nazista, in cui gli ebrei “dovevano sparire” e i polacchi diventare una nazione di servi, decapitati dei loro dirigenti e intellettuali. Wojtyla sapeva come nella guerra, specie mondiale, avvengano le cose più orribili. Per lui era il male. Il Papa amava il mondo ebraico. Disse al rabbino Israel Maier Lau, sopravvissuto al lager a otto anni, che si ricordava bene di suo nonno mentre si recava in giorno di Shabbat verso la sinagoga di Cracovia circondato dai ragazzi. Aveva visitato la sinagoga e i pochi ebrei rimasti di Cracovia, quando si scatenò l’antisemitismo comunista in Polonia. Rispose affermativamente a Lau, che gli chiedeva se fosse stato lui il prete polacco che non aveva accettato di battezzare un bambino ebreo, affidato a una famiglia cattolica dai genitori ebrei non più ritornati dal lager. Disse che era ancora in contatto con lui che viveva da ebreo negli Usa. Il legame di Wojtyla con gli ebrei era profondo e lo esprimeva – lo si trova nel discorso al Tempio – con l’immagine del grande poeta polacco, Adam Mickiewicz: “fratelli maggiori”. In risposta al rabbino capo Toaff, disse: «Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo senso, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori». Aggiunse: «La religione ebraica non ci è “estrinseca”, ma in un certo qual modo, è “intrinseca” alla nostra religione».
Quel giorno al Tempio lo accolse Elio Toaff, che aveva sofferto il razzismo fascista, la caccia nazista all’ebrei, divenuto il rabbino capo di Roma nel 1951, in una comunità ancora segnata dai dolori della guerra e in una città quasi inconsapevole della Shoah. Toaff aveva alle spalle la grande tradizione religiosa e culturale della Livorno ebraica con eminenti figure, tra cui suo padre, Alfredo Sabato e il cabalista Elia Benamozegh, noto per la sua complessa visione. Toaff afferma nel libro, significativo fin dal titolo, Perfidi giudei, fratelli maggiori: «Notoriamente gli ebrei hanno sempre provato una certa diffidenza nei confronti dei preti e della Chiesa...». Aggiunge: era frutto della millenaria emarginazione, violenza e persecuzione. Toaff era un grande credente, capace di amicizie profonde (che aveva coltivato anche nel mondo cattolico), pragmatico e un vero leader per la sua Comunità e oltre. Era un uomo libero. Di fronte all’ipotesi di una visita papale, sentì la dirigenza della sua Comunità e i principali rabbini europei, consapevole di essere parte di una diaspora ebraica dal grande significativo. Poi decise e accolse Giovanni Paolo II. Ricordiamo il sorriso sulle sue labbra, quel 13 aprile 1986 alle ore 17,15, quando il Papa scese davanti al Tempio: «Io mi sentii schiacciare dal peso di tutto il dolore che il mio popolo aveva patito duemila anni» – scrive. Era un atto formale? Ma – continua – «il volto sorridente del Papa mi tranquillizzò».
Fu una svolta storica. Pendeva, tra l’altro, il problema del riconoscimento dello Stato d’Israele dalla Santa Sede, richiesto al Papa durante la visita. Nel 1993 ci fu l’attesa decisione, voluta personalmente da Wojtyla nonostante perplessità di alcuni diplomatici vaticani, anche perché era ancora in corso il negoziato sulla Chiesa in Terra Santa e tutto non era risolto. La visita del Papa in sinagoga resta un’immagine indimenticabile, evocatrice della fede e della forza di due uomini, con storie diverse, capaci di costruire un’intesa, perché consapevoli di una storia dolorosa e della necessità di creare una nuova stagione. Così vicini, che il Papa ricordò il rabbino nel suo testamento. In quel “magico” 1986, Toaff non mancò di partecipare – ad ottobre – a un’iniziativa cui Giovanni Paolo II teneva molto: la preghiera delle religioni per la pace ad Assisi. La grande idea era desolidarizzare le religioni dalla guerra, rilanciare il valore della pace, manifestare fiducia nella forza debole della preghiera. Insomma aprire, assieme alle religioni un’età finalmente negoziale nel mondo, pur nel tempo della Guerra fredda.
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