Il “turismo abortivo”: la scelta di una società perdente
Ogni anno più di un centinaio di donne italiane si reca in Spagna per l'interruzione di gravidanza. Mentre l’Europa spinge per il riconoscimento giuridico di un "diritto". Ma se qualcosa va messo in Costituzione è l’aiuto

In Europa si torna a parlare di turismo abortivo. Un settimanale italiano rivela che ogni anno più di un centinaio di donne italiane sceglie di abortire in Spagna. Là si può fare fino a 14 settimane di gestazione “liberamente”, cioè senza motivazione, anche in cliniche private; e fino alla 22esima settimana in caso di rischio grave per la salute della donna e di grave anomalia fetale. Più facile che in Italia, è il succo della notizia, perché da noi il percorso è più complicato e ci sono tanti obiettori. Così si porge l’immagine di un aborto più semplice, più agevole, col sottinteso che così dovrebbe essere, se si tratta di una libera scelta personale, autodeterminata, attinente alla sfera della salute sessuale e riproduttiva. Anzi, proprio in Spagna si dibatte la questione se l’aborto debba prender figura di diritto, ed esser nominato nella Costituzione, copiando forse il testo che nel 2024 la Francia inserì nella propria, col nome di “libertà garantita” alla donna di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza.
Del resto, il Parlamento Europeo con una risoluzione dell’11 aprile 2024, aveva chiesto di inserire il diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, e quindi di riconoscerlo come diritto fondamentale europeo. Proposta che non ha avuto seguito concreto, ma che segna drammaticamente la deriva d’una cultura che rinnega il diritto alla vita per i figli nel grembo. Non è questione di legge o di pratica medica, un figlio. Un figlio è questione umana. Legge e medicina seguono la verità della vita, la presenza di un essere che è figlio nostro, vita da vita, frutto del ventre, accolto. Un “diritto”, ucciderlo? Viene da chiedere non solo che idea di vita umana ci stiamo costruendo, ma che idea di donna. Se la riflessione e il dibattito si disperdono tra ostacoli o facilitazioni, ignorando o voltando le spalle al dolore e all’ingiustizia ontologica d’una morte innocente che segna anche la vita di chi l’ha voluta, per rifiuto o rinuncia o angoscia, si può smarrire la percezione della ferita mortale alla stessa femminilità.
Donna, infatti, è accoglienza. La lingua arcaica accomuna l’utero e la misericordia con la stessa radice semantica. Una donna di genio come Edith Stein ha scritto pagine memorabili sulla vocazione femminile come accoglienza e sul rischio di una sua deformazione. Ha intuito e descritto l’essenza della femminilità «orientata per natura verso ciò che è personale e vivente». Pensieri che introducono a una rilettura moderna di quel magistero sulla dignità femminile che il papa Giovanni Paolo II ha reso indimenticabile: «La maternità implica una comunione speciale con il mistero della vita». L’aborto ridotto a servizio rapido, a “turismo” sanitario, è lo specchio di una società che ha smarrito la capacità di custodire la vita nascente. Quando la scelta di sopprimere una vita diventa una soluzione pratica si perde la misura del dramma umano che quella decisione comporta. «Le scelte contro la vita nascono, talvolta, da situazioni difficili o addirittura drammatiche di profonda sofferenza, di solitudine, di totale mancanza di prospettive economiche, di depressione e di angoscia per il futuro»: così è scritto in Evangelium vitae. Perciò, se qualcosa va messo in Costituzione è l’aiuto. E l’aiuto già sta scritto, con le parole d’una grande promessa, ma va declinato nella concretezza: reti di sostegno economico e psicologico, politiche familiari che rendano possibile conciliare lavoro e maternità, servizi di accoglienza per chi teme di non farcela. La civiltà si misura dalla capacità di prendersi cura dei più fragili, dei bambini non ancora nati e le madri in difficoltà. L’identità femminile non è mero fatto biologico, è spirito. È fonte di senso, di responsabilità e di relazione. È grembo del nostro futuro. Quale società vogliamo essere? La risposta è nella qualità delle relazioni, di morte o di vita, di abbandono o di amore, che siamo disposti a costruire.
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