Il debito europeo ha un buon prezzo. E un grande mercato

Mercoledì la Commissione ha raccolto 118 miliardi di richieste per l'ultima emissione di debito comune: un passo verso gli Eurobond, mentre il rivale americano soffre
March 15, 2026
Il debito europeo ha un buon prezzo. E un grande mercato
Il quartiere delle istituzioni europee a Bruxelles / Epa
Qui a ZeroVirgola di numeri ne diamo sempre tanti, ma in questo momento di particolare confusione geopolitica (e non solo) può essere utile l’esercizio contrario e concentrarsi su uno o pochi più. Peschiamo allora fuori dal mazzo, e partiamo dal 3,32%. È il rendimento pagato dal titolo di debito europeo, letteralmente un Eu bond, emesso martedì dalla Commissione di Bruxelles. Si tratta di una delle periodiche operazioni di collocamento sul mercato di titoli straordinari di debito comune, destinati a finanziare programmi comunitari specifici. In questo caso le risorse erano destinate al NextGenerationEU (filone postpandemico da cui deriva ad esempio il Pnrr) e al sostegno all’Ucraina, ma quel che più ci interessa è che queste obbligazioni sono i potenziali progenitori degli eurobond, titoli – ordinari –  che piacciono a molti (anche se non ancora a tutti) perché potrebbero aiutare l’Europa a catalizzare più risorse private, solitamente dirette agli Stati Uniti, così come auspicato dai recenti rapporti sulla competitività redatti da Enrico Letta e Mario Draghi.
Il 3,32% rappresenta nei fatti quanto il mercato richiede in cambio di un investimento sull’Europa: in gergo, si chiama il rischio Ue. Un po’ più alto di quanto paga il decennale tedesco (2,9%), ritenuto evidentemente meno rischioso, e un po’ più basso di quello italiano (3,64%) o francese (3,54%), che al momento rappresentano i Paesi considerati meno affidabili e quindi costretti a essere particolarmente generosi con il mercati. La Spagna, con il suo 3,38%, è quella che si avvicina di più al tasso scontato dai bond Ue: la conferma che oggi Madrid è la mediana d’Europa, posto d’onore in cui per anni ha dimorato Parigi.
Dietro all’operazione ci sono diversi aspetti tecnici, ma uno in particolare è più rilevante degli altri: per la prima volta la Commissione ha collocato questo titolo basandosi sulle emissioni precedenti, ormai così numerose - basta pensare che in circolazione c’è debito comunitario per oltre 600 miliardi di euro - da consentire di costruire un prezzo in linea con le aspettative del mercato, che ormai ne riconosce la cosiddetta “liquidità”. E così è andata: quel 3,32% offerto per un ammontare complessivo di 9 miliardi di titoli ha raccolto ordini per 118 miliardi, dunque la domanda è stata pari a 13 volte l’offerta. Una buona notizia, almeno per noi inguaribili sostenitori del debito comune europeo, strumento capace di cementare l’Unione e di portare vantaggi concreti ai suoi cittadini.
Ma il bilancio è particolarmente positivo anche per un paio di altre ragioni: l’operazione è avvenuta proprio in contemporanea con una settimana di grande fatica per il titolo concorrente d’oltreoceano, cioè il decennale americano (il “Treasury”), che - complice uno scenario bellico incerto e l’inflazione Usa in ripresa - si è portato vicino al 4,3%, salendo dello 0,2% in pochi giorni. Non solo: giovedì i leader delle sei principali economie europee (Italia, Germania e Francia comprese) hanno inviato una lettera al presidente dell’Eurogruppo e al commissario Dombrovskis chiedendo di accelerare nella realizzazione dell’unione degli investimenti e dei risparmi e dichiarandosi disponibili a sacrificare parte dei poteri di vigilanza sui mercati che al momento fanno capo alle autorità soggette ai singoli Stati. La strada è lunga, ma almeno qui l’Europa non è ferma.

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