La Quaresima, i social e le opere di misericordia

Con i social si possono “visitare gli infermi” e “seppellire i morti” ma sui social non è evangelico enfatizzare le proprie opere buone. Il caso a parte del “fioretto” della moglie di un diacono
March 7, 2026
La Quaresima, i social e le opere di misericordia
Camice di diacono
Nella scorsa puntata di questa rubrica annotavo come la Rete mi appaia, in tema di Quaresima, sollecita più ad accompagnare i fedeli nella preghiera e nel digiuno che nell’elemosina e nelle buone opere. Su questo fronte mi suggerisce come proseguire la riflessione un post di Karen Hutch, messicana, collaboratrice di “Aleteia” ispanofono, intitolato: «Mostrare le [proprie] opere di misericordia sulle reti sociali». Nell’articolo si afferma senza mezzi termini, con il conforto del giovane sacerdote Gerardo Torres, anch’egli messicano, spesso citato dall’autrice, che «ci sono occasioni in cui il diavolo cerca di tentarci non tanto scoraggiandoci dal compiere opere buone, quanto indicendoci a farlo per mero conformismo o esibizionismo». In effetti, prosegue, «tutte le nostre opere di carità, sia spirituali che corporali, possono distorcersi in una fonte di like per i nostri social network», qualora vengano rese pubbliche in modo da «trasformarsi in uno spettacolo». Per questo il post raccomanda di non lasciarci motivare dagli «applausi di questo mondo», e conclude: «In un'epoca in cui tutto diventa pubblico e tutto è a portata di un like o di un clic, come figli di Dio siamo chiamati, durante questa Quaresima e sempre, a fare del silenzio un atto d'amore e ad agire con carità per il nostro prossimo». Un’attualizzazione indubbiamente convincente del Vangelo, che proprio nel Mercoledì delle Ceneri ci chiede di «non suonare la tromba» davanti a noi quando facciamo l’elemosina.
C’è un modo non distorto di praticare, stando all’interno degli ambienti digitali, alcune opere di misericordia corporale (tralascio quelle di misericordia spirituale perché il discorso diventerebbe molto lungo e complesso). Penso in particolare a «visitare gli infermi» e «seppellire i morti». Sempre più spesso capita che chi si trova ricoverato in ospedale utilizzi i social come strumento per tenere informati parenti e amici sul ricovero stesso, condividendo attraverso veri e propri diari il motivo della degenza, le terapie o gli eventuali interventi e quella routine quotidiana in cui, secondo la felice formula coniata dal medico Paolo Cornaglia Ferraris, noi siamo «pigiami» in un mondo governato dai «camici». Quando ciò accade e non è possibile andare fisicamente a trovare il parente/amico, una o più reazioni sui profili social dell’interessato possono certamente rappresentare un modo di fargli compagnia. Altrettanto o forse più spesso ancora succede di apprendere dai social di un lutto che ha colpito qualcuno che ci è caro: talvolta è lo stesso account del defunto che viene tenuto aperto proprio per divulgare la notizia e le informazioni sulle esequie e insieme accogliere le condoglianze, talaltra è la semplice pubblicazione di un necrologio. Anche in questo caso la presenza fisica è il meglio; ma accanto o al posto di quella il farsi prossimo sulle reti sociali, con una parola e l’assicurazione di una preghiera, può servire, specie nelle settimane e nei mesi, i più duri, successivi all’evento luttuoso.
Non si può classificare come un’opera di misericordia, ma non esiterei a definire “fioretto” quello descritto, senza suoni di tromba, da Barbara Sartori, redattrice de “Il Nuovo Giornale” (diocesano di Piacenza-Bobbio) e firma nota anche ai lettori di “Avvenire”. In un recente post sul suo profilo Facebook (ma è visibile solo agli amici), si racconta alle prese con la stiratura del camice liturgico del marito nonché collega Matteo Billi, diacono, scherzando sulla fortuna che è stata riservata alle mogli dei diaconi di minore statura. Il tema delle mogli di questi ministri ordinati ha attratto spesso la mia attenzione, avendo constatato il loro ruolo: spesso determinante e riconosciuto nel cammino di preparazione all’ordinazione dei mariti; altrettanto determinante ma in genere non altrettanto riconosciuto allorché il marito inizia ad esercitare il ministero diaconale. In un racconto di fantasia pubblicato vent’anni fa sull’argomento avevo persino accennato all’ingrato compito di stiratrice di camici che di fatto andava a gravare su queste spose speciali. Ora il post di Sartori giunge a dirmi che no, la mia non era solo immaginazione. E mi porta, alla vigilia dell’8 marzo, a spingere la mia immaginazione un po’ più in là, e a sperare che nella comunità cristiana ci siano anche dei mariti disposti al “fioretto” di stirare i camici delle mogli: lettrici e accolite, oggi, e diacone permanenti, domani, se la Chiesa ne decidesse l’ordinazione.

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