I credenti nel digitale, le cose da cui guardarsi

Inganni spirituali, condanne dottrinali, rischio di fuga da sé stessi: anche questa è la Rete e occorre esserne consapevoli
February 7, 2026
I credenti nel digitale, le cose da cui guardarsi
L'Eremo di Camaldoli
Nell’infosfera ecclesiale sono risuonati questa settimana tre squilli che allertano il credente a un uso responsabile delle opportunità offerte dall’ambiente digitale. Comincio con quello che “Aleteia” ispanofono ha affidato ai due minuti del video «Ciberattacchi: nuove forme di guerra spirituale nell’era digitale» (bit.ly/4afYd2W). Attingendo al linguaggio bellico, che purtroppo è tornato rapidamente di moda, si denuncia come nel «mondo digitale» proliferino «messaggi virali, audio e catene religiose» che «utilizzano la paura e la promessa di benessere economico per manipolare le coscienze». In evidenza vengono poste le loro modalità ricattatorie e le dinamiche superstiziose. Si aggiunge che dal punto di vista cristiano è «una forma moderna di inganno spirituale», in cui la fiducia in Dio viene sostituita da pratiche meccaniche. E si denunciano la scarsa affidabilità delle fonti e le finalità commerciali (generare traffico, appropriarsi di dati personali) nonché psicologiche (seminare ansia collettiva). Dunque un vero «cyberattacco: non a sistemi informatici ma alla pace interiore e al discernimento», dal quale ci si difende – queste le conclusioni – rimanendo ancorati a Dio e nella sua Parola. Il video, di formato verticale (dunque destinato alla fruizione da smartphone) è costruito con immagini generiche, testi sovrascritti e non parlati e una musica inquietante. Sull’account Instagram del portale (bit.ly/4acuZC6) è arrivato a 11mila visualizzazioni.
Il secondo allarme cui mi riferisco è stato pronunciato da un’alta autorità ecclesiastica, il cardinal Victor Manuel Fernández, sul finire della meditazione (bit.ly/4bChZYY) con la quale ha aperto, lo scorso 27 gennaio, la Sessione plenaria del Dicastero per la dottrina della fede di cui è prefetto. Nel contesto di una complessiva riflessione sull’umiltà intellettuale, i limiti della conoscenza umana e i pericoli di assolutizzare il proprio punto di vista, anche, o specialmente, quando si parla di fede, Fernández ha osservato che «oggi in qualsiasi blog, chiunque, anche se non ha studiato molta teologia, esprime la propria opinione e condanna come se parlasse ex cathedra». L’affermazione è stata ripresa, più nei titoli che nei resoconti, dalle principali testate online di informazione religiosa che hanno riferito della plenaria (vedi ad esempio “Vida Nueva” bit.ly/4aux1yO). A maggior ragione essa non è passata inosservata presso i siti e blog dell’area antimoderna, che vi hanno letto un riferimento diretto, e critico, al loro stile assertivo. Ma la portata del tema che queste parole (e l’intera meditazione) sollevano travalica gli schieramenti ecclesiali: rinvia a un fenomeno che appartiene all’intera comunicazione digitale e non solo a quella che tratta temi di fede e spiritualità, e che più o meno dieci anni fa, con parola divenuta di moda e poi rapidamente dimenticata, avevamo imparato a riconoscere col termine di “post-verità”.
Anche il terzo squillo proviene da un’autorità ecclesiale: dom Matteo Ferrari, priore generale della Comunità benedettina di Camaldoli. Il suo sguardo non si posa sulla produzione, ma sul consumo di contenuti attraverso le piattaforme digitali, consapevole che, da TikTok in poi, una buona parte degli utenti è passiva, come se guardasse la tv. Lo fa in una lettera indirizzata ai priori, ai maestri e agli altri responsabili della vita nei monasteri ma condivisa pubblicamente (può «servire a tutti», dice) tramite le pagine Facebook della Comunità (bit.ly/4r0Yqyk) e sua personale (bit.ly/4ah3xTW). L’incipit non lascia dubbi: «Internet, l’uso dello smartphone e dei social, i video e i film online, l’uso di WhatsApp senza regole sono una sfida per la vita monastica e religiosa». Alle nuove generazioni, nel tempo monastico del postulantato, del noviziato e della professione semplice, dom Ferrari chiede, rispettivamente, la maturazione di un senso critico, la scelta di un vero e proprio distacco dalle attività online (anche affidando lo smartphone al maestro) e un uso responsabile (ad esempio astenendosene dopo cena o dopo compieta), al quale anche i professi solenni sono esortati a conformarsi. Internet, i social e le piattaforme streaming mettono a rischio «ciò che la pratica della cella implica»: che la cella non sia più «crogiuolo di ascolto, preghiera e vita di sapienza», ma «luogo di dispersione, di perdita di tempo, di fuga da sé stessi e dalle proprie tensioni interiori». Parole che davvero possono servire a ciascuno di noi, nelle celle della nostra quotidianità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA