Salvatore Satta, importante e fine giurista nuorese, di nascosto da parenti, amici, colleghi, allāetĆ di sessantotto anni si mise a scrivere un romanzo. Lo trovò tra le sue carte la moglie dopo la morte di lui. Il testo del dattiloscritto incompiuto aveva titolo Il giorno del giudizio. Ebbe molta fama, fu tradotto in molti Paesi del mondo. Una fortuna di cui lāautore non potĆ© godere. In vita non conobbe la gratificazione di approvare se stesso. Contava una brillante carriera, cattedre importanti, molte pubblicazioni tra articoli e libri, notorietĆ : eppure non si sentiva realizzato. Ā«Devo fare qualcosa che giustifichi la mia esistenzaĀ», ormai sulla soglia dei settantāanni scriveva a un amico. Giusto pochi mesi dopo, in assoluto segreto incominciava la stesura del suo grande romanzo. Una storia dolente, di anime in pena, in bilico, protese verso la fine, ma ancora impigliate e trattenute nella vita. Le loro āstorie senza storia dellāessere stateā, liberate in eterno dalla memoria, chiamate a convegno dallāautore nel giorno del giudizio. Sarebbe stata diversa la sua biografia, avesse pubblicato e conosciuto il successo letterario da vivo? No, verrebbe da dire; perchĆ© la svolta fu mettersi al lavoro, finalmente esaudire il più autentico desiderio. Scrivere. Ā© riproduzione riservata
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