Sei giorni e sessanta Paesi per la decarbonizzazione
A Santa Marta, affacciata sul Mar dei Caraibi, si è aperto alla fine di aprile un incontro di alto livello, co-organizzato con i Paesi Bassi, volto ad accelerare la transizione energetica
A Santa Marta, affacciata sul Mar dei Caraibi, si è aperto alla fine di aprile un incontro di alto livello, co-organizzato con i Paesi Bassi, volto a tracciare percorsi concreti verso economie decarbonizzate e ad accelerare la transizione energetica. Per sei giorni, delegazioni provenienti da circa sessanta Paesi, insieme a scienziati, parlamentari, movimenti sociali e organismi internazionali, hanno partecipato alla Prima Conferenza per la Transizione oltre i Combustibili Fossili. Il vertice ha dato impulso a un dibattito urgente sulla crisi climatica, che oggi è diventata una realtà quotidiana.
La città colombiana ha ospitato una discussione imprescindibile. Per decenni, petrolio, gas e carbone hanno sostenuto intere economie, finanziato Stati e configurato rapporti di potere. Tuttavia, hanno anche aggravato le disuguaglianze sociali e ambientali che oggi risultano impossibili da ignorare. La dichiarazione finale della conferenza è stata esplicita al riguardo, affermando che i combustibili fossili sono la causa principale dell’emergenza climatica e, nonostante gli avvertimenti scientifici e gli impegni internazionali assunti, sia l’estrazione che i sussidi continuano ad aumentare.
In questo contesto, il vertice è andato oltre una semplice analisi della situazione e ha cercato di definire un percorso per avanzare verso l’abbandono graduale dei combustibili fossili, specialmente in quei paesi le cui economie dipendono ancora da queste industrie. La discussione si è articolata attorno a tre grandi sfide. La prima consiste nel superare la dipendenza economica dai combustibili fossili senza generare nuove crisi sociali. La seconda ha affrontato la trasformazione dell’offerta e della domanda energetica attraverso la sostituzione graduale delle fonti fossili e la revisione dei modelli estrattivi che vengono ancora presentati come inevitabili. La terza ha sottolineato la necessità di rafforzare la cooperazione internazionale per colmare le lacune politiche e giuridiche che attualmente ostacolano la transizione.
Uno degli aspetti più significativi dell’incontro è stato il fatto che il dibattito non si è limitato ai ministri e agli esperti. Hanno partecipato anche organizzazioni sociali, comunità locali, amministrazioni subnazionali e rappresentanti delle città che subiscono in prima persona le conseguenze della crisi climatica. Questa apertura ha permesso di ribadire che la transizione energetica non sarà solo un processo tecnologico, ma anche sociale, economico e culturale. È emerso inoltre un tema di particolare rilevanza: le comunità energetiche sono state presentate come un’alternativa concreta per democratizzare l’energia e avvicinare il processo decisionale ai territori. Nei quartieri, nelle comunità contadine e nei villaggi sta prendendo piede l’idea di produrre e gestire l’energia a livello locale. Non si tratta solo di installare pannelli solari o ridurre le emissioni, ma di costruire autonomia, partecipazione e sicurezza energetica a partire dalle comunità stesse.
Uno dei risultati più concreti della conferenza è stata la creazione del Comitato scientifico per la transizione energetica globale, composto da esperti internazionali incaricati di fornire consulenza ai governi sulla base di prove scientifiche e criteri di giustizia sociale. Inoltre, l’incontro ha rafforzato la proposta di procedere verso un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili, ispirato alla necessità di limitare in modo pianificato l’espansione di queste industrie. La domanda emersa a Santa Marta rimane aperta e riguarda la capacità dei governi di trasformare le proprie economie e di affrontare interessi che per lungo tempo hanno dominato la politica globale.
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