Mamdani, Corano e antisemitismo. Temi complessi, non si deve banalizzare

Il rapporto tra politica e religione va maneggiato con cautela, e questo vale soprattutto per il nuovo sindaco di New York, che promette di essere inclusivo ma dovrà dimostrarlo nei fatti
January 6, 2026
Caro Avvenire,
il sindaco di New York comincia il suo mandato e giura sul Corano. Trump, come molti presidenti Usa, ha giurato su un sacro testo, la Bibbia. In Italia, la Costituzione non prevede nulla di tutto ciò e nessun politico sceglierebbe un simile rito, anche se qualcuno, in sede di comizi, sventola rosari e coroncine. Ultima nota: nella Bibbia è scritto non giurare e che il tuo parlare sia sì sì, no no, il resto è diabolico. Chi giura sul sacro testo sa che cosa sta facendo?
Sergio Benetti
Vicenza
Caro Benetti, nella sua stringata lettera, apre varie questioni molto interessanti. Cominciamo da Zohran Kwame Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, di origine indo-africana, entrato in carica il primo gennaio accompagnato subito da una serie di polemiche, alcune da considerare, la maggior parte del tutto fuori bersaglio. Il giuramento sul Corano non è una novità negli Stati Uniti, altri sindaci di località meno note, procuratori e parlamentari in anni recenti hanno scelto di manifestare ossequio alle leggi fondamentali del Paese servendosi del testo sacro islamico. Ma vi sono stati anche casi di ricorso a Scritture diverse, per esempio il Bhagavad Gita indù. Come giustamente lei nota, caro Benetti, in Italia non è usanza diffusa, ma né nella Costituzione italiana né in quella americana esistono riferimenti alle modalità concrete della cerimonia di insediamento se non, ovviamente, di promettere fedeltà alla Costituzione stessa. Si tratta di tradizioni informali ormai consolidate. In Germania, i cancellieri usavano di solito una formula che include la frase “con l’aiuto di Dio”. I socialdemocratici Gerhard Schröder e Olaf Scholz l’avevano omessa al loro esordio, Friedrich Merz nel maggio scorso l’ha ripristinata. Paradossalmente, la politica americana è molto severa nella divisione tra Stato e Chiesa (divisione nata storicamente per evitare le ingerenze confessionali nelle istituzioni – più che per proteggere la religione dal potere secolare – anche se il risultato è stato una tutela reciproca), tuttavia i politici fanno spesso riferimento pubblico alla loro fede. Nel nostro Paese, è accaduto molte volte il contrario. E sarebbe qui troppo lungo ragionare sui rispettivi meriti dei due sistemi.
Quello che però si è rimproverato in particolare a Mamdani è stata l’abolizione di provvedimenti presi dal suo predecessore per tutelare la comunità ebraica in un contesto di forti tensioni dopo l’orribile attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e la brutale guerra israeliana a Gaza. A cadere sono stati il divieto per le agenzie cittadine di boicottare Israele o disinvestire da esso e l’adozione della definizione dell’antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, che equipara certe critiche verso lo Stato israeliano a forme di antisemitismo, misure già contestate in certi ambiti per la limitazione della libertà di espressione. Si può certamente discutere dell’opportunità di farlo in un momento ancora segnato da rischi non azzerati. Quello che molti media ed esponenti politici hanno fatto è stato però decontestualizzare la scelta. Il neoeletto ha infatti revocato tutti gli ordini esecutivi emessi dal predecessore Eric Adams dopo la sua incriminazione nel settembre 2024, quando quest’ultimo fu indagato per corruzione, finanziamento illecito e cospirazione relativa a presunte utilità ricevute da cittadini turchi. Le accuse sono state poi archiviate nell’aprile del 2025 per intervento del Dipartimento federale di Giustizia. Mamdani ha voluto “marcare un nuovo corso” per l’amministrazione, distinguendosi dal periodo del precedente primo cittadino durante l’inchiesta a suo carico, che per il nuovo sindaco ha rappresentato un momento in cui “molti newyorkesi avevano perso fiducia nella politica”.
E ben poco si è detto delle decisioni assunte nei primi giorni di mandato, coerenti con il suo programma circa la crisi abitativa. In primo luogo, ha rivitalizzato un ufficio dedicato alla protezione degli inquilini, che avrà la funzione di coordinare gli sforzi del Comune per difendere i diritti delle persone che affittano, avendo potere di intervenire nelle controversie con i proprietari, far rispettare gli standard di sicurezza e combattere condizioni di alloggio inappropriate. Sono state quindi create due nuove task force dedicate una a identificare terreni pubblici adatti alla costruzione di case per accelerare la disponibilità di nuovi appartamenti e l’altra alla rimozione degli ostacoli burocratici e normativi che rallentano le costruzioni e ne aumentano i costi. L’amministrazione ha quindi annunciato l’intenzione di intervenire nei procedimenti bancari contro grandi proprietari di immobili laddove siano state documentate rilevanti violazioni o lamentele da parte degli inquilini. Insomma, caro Benetti, il rapporto tra politica e religione va maneggiato con cautela, e questo vale soprattutto per il nuovo sindaco di New York, che promette di essere inclusivo ma dovrà dimostrarlo nei fatti, mentre sarà interessante seguire le sue battaglie a favore dei ceti popolari e contro i grandi interessi immobiliari. Buoni propositi questi, meritevoli di successo eppure assai difficili da realizzare nella società americana.

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