Hegseth, il salmo per la guerra e ciò che va capito
Un lettore richiama e interpreta la citazione del Segretario alla Difesa degli Stati Uniti. A suscitare perplessità, però. è la legittimazione superiore che si vuole dare a un conflitto che la maggioranza della popolazione sembra non condividere,
Caro Avvenire, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha citato in una conferenza stampa sulla guerra in Iran il Salmo 144: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia». È un testo antico, nato in un mondo in cui il combattimento era esperienza concreta, ma nella sua profondità il salmo dice qualcosa di più: non celebra la guerra, bensì riconosce che anche nella prova l’uomo non si fonda su sé stesso. In ebraico, Barukh Adonai tsuri significa anzitutto “benedetto il Signore, mia roccia”, cioè il fondamento stabile su cui poggiare senza cedere. Ha-melammed non indica una forza concessa magicamente, ma un’educazione lenta: Dio forma, esercita, disciplina. Persino la guerra (milchamah), nella sua radice, rinvia a tensione, attrito, confronto con ciò che resiste. Per questo il salmo non è soltanto un sostegno morale alla forza militare, è anche una parola sul modo in cui si attraversa il conflitto senza perdere misura.
Fabrizio Floris
Fabrizio Floris
Caro Floris, in un briefing per i media, il 10 marzo, il capo del Pentagono ha chiuso il suo saluto introduttivo ai giornalisti con una citazione del Salmo 144 (143) e ha aggiunto una richiesta di benedizione per i combattenti americani e di sostegno a Dio per la «completa vittoria su quelli che cercano di colpirli». Lei spiega bene il significato dell’inno, attribuito a Davide, che non a caso è intitolato in alcune traduzioni italiane della Bibbia Invocazione a Dio, fonte di ogni bene. Certo non è un bene la guerra, e il tentativo di dare un tono religioso-messianico alle azioni belliche ha una radice antica seppure rappresenti un tema altamente controverso. Come ben sappiamo, il magistero di papa Francesco, anche in dialogo con le altre religioni, ha insistito con decisione sulla blasfemia dell’uso strumentale della fede per incitare alla violenza o giustificarla.
L’iniziativa di Pete Hegseth non ha mancato di suscitare controversie negli Stati Uniti. A dividere non sono i riferimenti al cristianesimo, che nel contesto politico americano risultano consueti, bensì la legittimazione superiore che si vuole dare a un conflitto che la maggioranza della popolazione sembra non condividere, stando almeno ai primi sondaggi di opinione. Si tratta, in realtà, di una commistione tra retorica patriottica e un retaggio religioso secolarizzato che discende da una lunga tradizione. Il ricorso al Salmo in questione viene attestato, per esempio, nella Guerra civile americana (1861-1865), durante la quale alcuni pastori e cappellani militari leggevano i versetti iniziali per sostenere il morale delle truppe con un messaggio semplificato: Dio protegge la nazione, noi combattiamo per una causa giusta, la vittoria dipende dalla fedeltà ai nostri valori.
Questa idea è tornata a farsi largo negli Usa con il movimento Maga, alimentato da gruppi evangelici di rinascita cristiana – di impronta nazionalista, antiglobalista e critica verso il liberalismo culturale – con l’apporto di un cattolicesimo politicamente conservatore. Anche se non sembrano qualificarsi quali campioni di una fede vissuta pienamente in prima persona, figure come Donald Trump e lo stesso Pete Hegseth sono ritenute dai loro sostenitori funzionali a mettere in atto e sostenere scelte ideali e principi condivisi.
La principale contraddizione che vedo in tale tendenza, caro Floris, probabilmente non sfuggita al suo acume di sociologo, è costituita dall’inosservanza dell’universalismo cristiano, per il quale ciascun essere umano è figlio di Dio e ha la stessa dignità (peraltro spesso disatteso anche in tanti contesti del passato). Si tutela la vita nascente ma si deportano con durezza gli immigrati regolari senza curarsi nemmeno dei bambini. Si protegge la famiglia nel suo modello classico, ma si usa la forza armata con troppo facilità verso chi è “fuori dalla nostra comunità”. Nel promuovere la libertà, si lascia indietro chi non regge l’urto della competizione liberista priva di ammortizzatori sociali. E, nel caso specifico, ci si riferisce al Dio guerriero dell’Antico Testamento trascurando il pervasivo messaggio di pace e di fratellanza del Vangelo. Non sorprende, quindi, che il giudizio sull’attuale Amministrazione americana sia variegato anche nel mondo cattolico italiano. Come si dice, possiamo vedere il bicchiere mezzo pieno o il bicchiere mezzo vuoto. Il nostro compito rimane quello di informare e dare chiavi di lettura approfondite, non ingenue né parziali, come lei, caro Floris, ci ha aiutato a fare con il Salmo 144 e l’attacco a Teheran.
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