Grandi classici e nuovi titoli, la tv tiene viva la Memoria
Il Giorno della Memoria spinge le tv a cambiare palinsesti con film e speciali sulla Shoah, tra storie di salvezza e un docufilm su Mengele che mostra come l’ideologia possa corrompere la scienza.

Come sempre, in occasione del Giorno della Memoria, la tv si mobilita con film, documentari, dibattiti, dirette e speciali giornalistici sull’Olocausto e le persecuzioni razziali. Un po’ tutte le emittenti aggiustano i palinsesti per la ricorrenza del 27 gennaio. In particolare le reti tematiche come Rai Storia o History Channel, ma anche le generaliste. Rai 1, ad esempio, ha messo in onda in due serate la miniserie Morbo K (di cui Tiziana Lupi ha ampiamente scritto nell’inserto «Gutenberg» di venerdì scorso), che racconta la storia del medico Giovanni Borromeo, che si inventò una malattia definita «contagiosissima», compilando false cartelle cliniche per evitare a decine di ebrei di essere deportati. Anche una pay tv come Sky ha messo in programma vari film sul tema della Shoah: da La vita è bella e
Il tatuatore di Auschwitz a Il dono più prezioso, film d’animazione che narra la storia di una coppia di contadini polacchi che salva un neonato, gettato dai genitori da un treno diretto ai campi nazisti. Tra le tante altre iniziative segnaliamo che Rete 4, oltre ai film Il bambino con il pigiama a righe e La chiave di Sarah, ha proposto una novità: il docufilm della Repubblica Ceca, diretto da Max Serio, Mengele - L’angelo della morte di Auschwitz, che ripercorre la vita, i crimini e le atrocità commesse nel lager polacco dal medico delle SS Josef Mengele. Lo fa con il contributo di esperti, ricercatori, investigatori, storici, giornalisti e scrittori, nuovi documenti e testimonianze drammatiche come quelle dei sopravvissuti agli esperimenti disumani di Mengele o di alcune donne nate nel campo di sterminio da madri che erano riuscite a nascondere la gravidanza. «Sono nata ad Auschwitz – racconta una di esse –, sono una figlia dell’inferno».
Testimonianze in prima persona, che offrono uno sguardo agghiacciante sulla follia dell’igiene razziale e che aiutano a comprendere la natura criminale del medico tedesco, che tra l’altro non fu un nazista della prima ora, ma ne diventò poi l’incarnazione della crudeltà attraverso una graduale disumanizzazione. Il docufilm offre un contributo importante per comprendere l’evoluzione psicologica di un uomo che è riuscito anche a sfuggire alla giustizia nascondendosi in America Latina: dapprima in Argentina, poi in Paraguay, infine in Brasile dove è morto nel 1979. Dei suoi demoni è comunque rimasto prigioniero e alla fine non è riuscito a sottrarsi al giudizio implacabile della storia, diventando nell’immaginario collettivo un simbolo assoluto del male, l’icona della malvagità nazista. Trattandosi di un docufilm, la narrazione viene supportata anche dall’uso della grafica computerizzata e dalle ricostruzioni sceniche con l’interpretazione di attori. Il tutto per confezionare una dimostrazione di come l’ideologia possa corrompere la scienza.
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