Gli applausi della curva dell'Atalanta e lo striscione per la mamma di Osimhen: è il calcio umano
Il bomber nigeriano in lacrime davanti alla coreografia dei tifosi del Galatasaray. I bergamaschi perdono 6-1 in casa con il Bayern Monaco, ma il popolo della Dea li omaggia a fine partita

C’è ancora un cuore che pulsa nelle Curve degli stadi e quel cuore batte come un tamburo che risuona da Istanbul fino a Bergamo. Un ponte d’affetto quello che sul Bosforo tre anni fa ha accolto l’ex bomber del Napoli dello scudetto, il 27enne nigeriano Victor Osimhen. Un piccolo eroe per il popolo del Galatasaray che adora le sue giocate e la sua puntualità nell’andare in gol: ne ha segnati 36 in 47 partite con la maglia gialloarancio. A Napoli Osimhen non era stato un cecchino meno fallibile, ha lasciato il Vesuvio tra un mare di rimpianti (i tifosi partenopei e anche Antonio Conte lo riabbraccerebbero subito) e 65 reti nelle 108 gare disputate con la maglia azzurra. L’anno dello scudetto, stagione 2022-2023, il suo apporto fu decisivo con 31 gol segnati e il titolo di capocannoniere. Poi la fuga in Turchia e arriviamo alla scena più romantica che il calcio moderno possa offrire. Una coreografia in suo onore quella allestita dalla Curva del Galatasaray che forse solo la tifoseria del Napoli avrebbe potuto riservargli. I tifosi non è vero che amano il proprio beniamino solo per i gol e le prestazioni che fa. Se c’è una cosa che ancora si salva nello showbiz del pallone moderno è quella identificazione tra il fan e il suo idolo in campo. Il vero tifoso spesso non conosce la storia della sua città ma sa tutto invece di quella della sua squadra e del suo bomber del cuore. Perciò gli ultrà del Galatasaray sanno che Victor è uno di loro, perché è partito dalla povertà dei bassifondi di Lagos con una croce piantata nel cuore già a tre anni, l’età che aveva quando ha perso la madre. Suo padre era disoccupato e per portare qualche soldo a casa il piccolo Victor vendeva bottigliette d’acqua per la strada. A salvarlo dai pericoli e da un futuro buio è stata l’Ultimate Strikers Academy, il club in cui si mise in mostra e dove gli osservatori del Wolfsburg lo videro e se lo portarono in Germania. Da lì in poi le tappe in Belgio e in Francia, allo Charleroi e al Lilla, sono state quelle di avvicinamento all’olimpo dei top-player. Parola orribile da tradurre nell’elite dei fuoriclasse, categoria a cui Osimhen appartiene anche come uomo. Sì perché altrimenti un intero popolo non gli dedicherebbe quella mega scenografia che lo ritrae con due bambini, uno al collo (sua figlia la piccola Hailey True) e l’altro il “giovane Osimhen” tenuto idealmente per mano, che avanzano sotto l’effigie della sua mamma che non c’è più. È accaduto prima della gara degli ottavi di andata contro il Liverpool. Un match da far tremare le gambe per il confronto diretto contro il blasone inglese (sconfitto 1-0), ma l’unica vera grande emozione per Osimhen è stata guardare quello stendardo gigante in cui c’era la sintesi di tutta la sua esistenza. E’ scoppiato in lacrime perché ha rivisto il suo passato e sentito forte il peso dell’unica vera grande sconfitta per cui non c’è rivincita, la perdita di una madre. Il messaggio della Curva al suo piccolo grande eroe esemplare è stato forte e chiaro “Siamo una famiglia e una famiglia è tutto". Un atto d’amore incondizionato da parte dei tifosi turchi in cui i malpensanti hanno voluto leggerci un appello accorato a restare al Galatasaray. Il suo ex pigmalione Luciano Spalletti farebbe carte false per averlo alla Juventus che lo ha messo da tempo in cima alla lista dei possibili rinforzi per la prossima stagione. Osimhen dicono che sia molto tentato dal secondo atto da recitare nel nostro campionato, ma c’è da fare i conti con quella che ormai è la sua seconda famiglia che con quello striscione gli ha giurato amore eterno.

Ma nel calcio, come nella vita, nulla è per sempre, però in quella dichiarazione d’amore dei tifosi al loro campione passa davvero un attimo di eterno che è un brivido caldo e una carezza al cuore di questo calcio che viene continuamente congelato da violenze e soprusi di ogni genere. Quel tamburo dicevamo, ha battuto nella stessa notte di Champions da Istanbul fino a Bergamo dove l’Atalanta di Raffaele Palladino in campo è stata letteralmente umiliata dal Bayern Monaco che ha chiuso il primo set sull’1-6. Un’altra tifoseria avrebbe reagito fischiando, abbandonando lo stadio anzitempo con il classico coro rivolto ai propri calciatori “Andate a lavorare!”. Il bergamasco, discendente da un’antica stirpe di lavoratori indefessi, quell’epiteto se lo può tranquillamente permettere rivolgendosi ai colleghi, i lavoratori privilegiati della terra, i calciatori atalantini, che certo non hanno lavorato al meglio contro gli ottimi bavaresi. E invece l’amore verso i colori della propria città e il rispetto per una società che nell’ultimo decennio ha sempre lottato alla pari con le grandi d’Europa, ha immediatamente disinnescato ogni forma di protesta o eventuale e pur legittima contestazione. Il popolo della Dea sa che la sua squadra quando scende in campo dà sempre tutto ed è consapevole della bontà del “modello Atalanta” che lavora come pochi al mondo sulla valorizzazione e la crescita dei giovani. Un lavoro che con Gasperini alla guida della Dea era culminato nella vittoria dell’Europa League e con costanti progressi che hanno portato la formazione nerazzurra ad un passo dal giocarsi lo scudetto con le grandi sorelle del nostro campionato. Quello con il Bayern è stato un incidente di percorso, una serata storta contro una delle pretendenti più accreditate alla vittoria finale della “Coppa dalle grandi orecchie”. E allora preso coscienza di questo i calciatori dell’Atalanta comunque hanno dovuto sventolare anticipatamente bandiera bianca e con le orecchie basse per la vergogna sono andati sotto la Curva chiedendo umilmente scusa. Una scena che nel nostro campionato si ripete pateticamente di frequente. E le scuse molto spesso sono un atto di dolore che tenta di prevenire la follia cieca degli ultrà pronti ad assaltare i loro beniamini o quando va bene sottoporli a scandalosi processi sommari. Invece questa volta la Curva atalantina ha mostrato grande maturità. Per quel 6-1 visto in eurovisione da tutto il Vecchio Continente non ha suscitato né rabbia né vergogna ma la netta difesa dell’orgoglio e della dignità di una squadra che è in ricostruzione, che sta aprendo un nuovo ciclo e che la sua impresa l’aveva già fatta nello spareggio contro gli altri tedeschi, quelli un po’ più deboli del Borussia Dortmund. Perciò, sarà che ormai lo stadio di Bergamo è noto come New Balance Arena, sarà che i veterani, assieme ai figli e i nipoti dei terribili Wild Kaos, gli esagitati curvaroli orobici anni ’80, hanno messo la testa a posto come il vecchio capo ultrà il “Bocia”, ma la reazione all’ 1-6 è stata assai british o ancor meglio in stile Celtic supporters. Dopo 90 minuti da incubo in cui non è volato un fischio, questa brutta serata, agonisticamente da dimenticare, rimarrà invece nella memoria collettiva come quella del trionfo del fairplay della magnifica tifoseria atalantina. Carnesecchi, “l’erede di Gigi Buffon” per stessa ammissione del portierone azzurro, ha incassato 6 gol e quindi era il più affranto nell’andare incontro al saluto della Curva che temeva fosse avvelenata contro di lui e i suoi compagni. E invece, come il più decisivo dei rigori parati, il portiere nerazzurro ha sentito l’applauso scrosciante di una Curva che intonava un sincero “non vi lasceremo mai” dettato dal cuore. Quel cuore del tifo e dell’amore per la propria squadre, che quando batte come un tamburo da uno stadio all’altro del mondo, allora è ancora possibile sperare in un calcio e in un mondo davvero migliore.
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