La solitudine: quella di Sarri il mister "prigioniero" e del povero portiere del Tottenham
L'allenatore della Lazio vive ormai da separato in casa e stasera riabbraccia i suoi tifosi che lo difendono da Lotito. La notte da incubo di Kinsky, sostituito dopo i 3 gol in 17'

A rendere poetica la solitudine del portiere ci ha pensato Umberto Saba che dalla stanza solitaria e polverosa della sua libreria guardava, distrattamente, alle sorti della squadra della sua città, la Triestina che gli ispirò Le cinque poesie sul calcio. Si intitola La solitudine dell’ala destra (Einaudi) la raccolta poetica sugli eroi del calcio di Fernando Acitelli, il quale dovrebbe aggiornare quell’antologia mettendoci dentro dei versi da dedicare al più isolato degli allenatori in circolazione. Identikit? E’ un allenatore di Serie A, barba incolta, capello corto, bulbi ispidi come le sue emozioni cangianti quanto il ponentino, che non lo spettina e non lo rilassa più. Veste sempre in tuta d’ordinanza, quasi una tuta blu alla Cipputi e seduto in panchina prende continuamente appunti tenendo il tappo della biro in bocca pronto per essere masticato al primo gol incassato della sua Lazio. E intanto mastica amaro il poco anonimo allenatore toscano che ai tempi in cui si era fermato a Empoli (rampa di lancio per Napoli, Londra, sponda Chelsea e Juventus) più che scrivere sul suo diario degli errori, amava leggere i romanzi di John Fante. Stiamo parlando del “subcomandante” Maurizio Sarri, l’allenatore triste e solitario e forse anche un po’ finale nella sua missione impossibile di riportare la Lazio in Europa. Alla vigilia del match con il Milan la formazione biancoceleste viaggia con un ritardo abissale di 13 punti da quel sesto posto che vale l’ultimo accesso all’euroclub delle piccole. Dicevamo che forse il mandato di Sarri è giunto alla fine anche se ha tre anni di contratto ma tra un appunto e l’altro sui “47 modi di battere un calcio d’angolo” pare che stia scrivendo il finale de Le mie prigioni. Certo, a Formello è una cella dorata quel pensatoio tattico che gli ha costruito il suo “carceriere” il presidente, patron, proprietario, senatore e gestore unico della S.S. Lazio Claudio Lotito. Ma è pur sempre una cella di insicurezza, perché «del diman - in casa Lazio e per Sarri - non v’è certezza» (ci scusiamo per la rima). Lotito è lo stesso padre patron che nell’estate del 2016 aveva ingaggiato un guru della panchina, “El Loco” di Rosario Marcelo Bielsa, attuale magico ct dell’Uruguay, per licenziarlo prima dell’inizio del campionato e scommettere sull’allora debuttante Simone Inzaghi. Scommessa vinta, come tante delle imprese portate avanti dal 2004 (anno in cui subentrò dopo il crac di Cragnotti) ad oggi, in cui è vero, come Lotito ricorda spesso, ha salvato la Lazio dalla sparizione, ma le conseguenze di questo intervento adesso non sono sempre positive. Quello storico salvataggio lo fece anche con dei magheggi legalizzati, come la “spalmadebiti” per cui avrebbe meritato un Nobel per l’Economia: trattasi di debito rateizzato di circa 150 milioni di euro che Lotito estinguerà a novembre 2026. Intanto però quest’anno mercato bloccato in estate e risbloccato parzialmente a gennaio con unico vero rinforzo rintracciabile nell’olandese Taylor. Ma guai a criticare la gestione Lotito che subito con tanto di telefonate ad personam (ogni tifoso può contattarlo, chiamare dopo i pasti possibilmente, come per l’auto usata del sor Mario) ribatte furente: «Il presidente sono io, gli altri sono dipendenti». Il subcomandante Sarri dal canto suo si difende con le armi del mestiere: «L’allenatore sono io e decido io». Il ds della ditta della famiglia Lotito, l’ex sottufficiale della Polizia Penitenziaria Angelo Mariano Fabiani (ex coogestore della Salernitana lotitiana) che ha preso il posto di Igli Tare, che dopo quelle della Lazio sta facendo le fortune del Milan, prova a stemperare il clima sempre più rovente con un poco convincente: «Questo modo di manifestare che abbiamo noi e Sarri è come un rapporto teso a migliorare, a spronare. La vogliamo chiamare critica costruttiva? Chiamiamola così». Si, facciamo alla volemose bene o alla c’eravamo tanto amati. Ma il popolo laziale dinanzi a questo teatro dell’assurdo che cosa fa? I gruppi organizzati della tifoseria biancoceleste hanno civilmente “scioperato” (come se tifare fosse un mestiere) lasciando l’Olimpico vuoto e Sarri più solitario che mai, anche per la semifinale di andata di Coppa Italia Lazio-Atalanta. Ma stasera per la partita con il Milan, la Curva Nord e tutti gli altri 30mila abbonati laziali hanno convenuto che è giunto il tempo di tornare sugli spalti. E lo zio Lotito ha ordinato al suo ufficio marketing che per i nipotini Aquilotti (tifosi laziali under 14) c’è il pacco dono del posto garantito a tariffa agevolata. Quindi, è qui la festa? Sì, ma forse solo per questa notte e a prescindere dal risultato del campo. Gli ultrà laziali non hanno intenzione di interrompere il braccio di ferro con Lotito e quindi dopo la parentesi Milan torneranno a disertare. Così come Sarri tornerà ad essere ancora più solo fino all’ultimo respiro di questo campionato da dimenticare che per la Lazio ha ancora poco da dire. Una stagione non all’inferno ma che verrà ricordata come l’anno della solitudine. Quello stato emotivo perenne in cui si dibatte un portiere. Ruolo che ho conosciuto da ragazzino ancor prima i leggere le poesie di Saba e quindi so che cosa significa sentirsi sempre il capro espiatorio di un gioco di squadra in cui se si vince lo si fa in 11 ma se si perde ed è stato il portiere a sbagliare allora la “pena” diventa individuale.
Pertanto, dopo la solitudine dell’allenatore (Sarri) vorrei spendere qualche riga di umana solidarietà per quella di Antonin Kinsky, il 23enne portiere del Tottenham che ricorderà per tutta la vita il suo debutto in Champions a Madrid, contro l’Atletico Madrid dell’assai poco solitario mister Diego “Cholo” Simeone. Match finito 5-2 per gli spagnoli e per Antonin, una notte degna del suo omonimo, l’attore Klaus Kinsky, da Nosferatu. Una notte da incubo per l’ex Slavia Praga. Tre gol incassati in 17 minuti dal portiere ceco e mister Igor Tudor, lo scacciato dalla Juventus, e prima dalla Lazio di Lotito, che lo richiama severamente a sedersi in panchina. Addio all’occasione della vita per Antonin che commette due gravi errori su tre. Dopo cinque minuti è scivolato su un rinvio, regalando la palla a Lookman che ha servito per il gol di Marcos Llorente. Sul secondo gol preso ci sarebbe la complicità del difensore van de Ven, ma è il portiere che deve raccogliere mestamente il pallone dentro la rete e quindi la colpa maggiore è sempre la sua. Al 15’ il colpo letale: ennesimo rinvio degno di un commento della Gialappa’s in Mai dire gol e palla consegnata ad Álvarez per cui segnare è un gioco da ragazzi. Ora, il povero Kinsky è sicuramente incappato in una serata no, però il rispetto per il calciatore e la dignità del professionista, impone che persa per persa la gara dovesse terminarla. Anche perché il calcio a differenza della vita offre sempre un secondo tempo e magari nei restanti 73 minuti di gioco avrebbe avuto qualche occasione di riscatto. E invece no, la dura legge del calcio contempla la condanna senza appello con umiliazione supplementare in eurovisione per il portiere solitario, triste e finale che lo scriba Osvaldo Soriano sono sicuro che avrebbe celebrato e assolto nel sequel del suo libro. Eppure quella scelta di farlo partire titolare l’aveva fatta lo stesso Tudor. Per scelta tecnica aveva messo in panchina il nostro Guglielmo Vicario, considerato fino a poco tempo fa tra i migliori portieri d’Europa e titolare irremovibile del Tottenham. Una decisione da Igor il terribile che alla vigilia della sfida con l’Atletico Madrid alla domanda dei giornalisti londinesi: perché Vicario non è il portiere titolare? aveva prontamente ribattuto con tono caustico: «È meglio per la squadra». Smaltita la debacle di Madrid e cancellata la profezia dei portieri, Tudor che deve portare in salvo il Tottenham che è a rischio retrocessione si è ricordato di essere stato un difensore in campo e dopo essersi scusato per la sostituzione lampo del suo portiere, «probabilmente è stata la prima e l’ultima volta che una cosa del genere accade nella mia vita» passa alla difesa d’ufficio di Kinsky rassicurandolo: «Giocherà ancora. È tornato il giorno dopo ed è stato molto bravo e positivo in allenamento. Fara sicuramente altri errori, ma penso che abbia la forza e la qualità per fare un'ottima carriera». Glie lo auguriamo di tutto cuore anche noi, e speriamo che da una notte di lacrime e solitudine la carriera di Kinsky termini con i versi di Saba «Della festa - egli dice - anch’io son parte».
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