Federcalcio: aspettando Malagò... L'Inter intanto vede il traguardo tricolore
Mentre i nerazzurri viaggiano a +9 dal Napoli in vetta alla classifica, l'ex n.1 del Coni, per 18 club su 20 della Serie A è il miglior candidato possibile per la presidenza della Figc

Siamo quasi ai titoli di coda. Il 32° turno di questa mesta Serie A si è chiuso con il posticipo del Franchi, Fiorentina-Lazio 1-0. Viola quasi salvi, grazie alla cura di Paolo Vanoli, che, per la dura lex del calcio showbiz al 90% non verrà riconfermato e Lazio che difende il 9° posto grazie alle alchimie di Maurizio Sarri che lì sull’Arno sarebbero pronti a fargli ponti d’oro, qualora si liberasse dalla prigionia di Lotito. Ma risaliamo ai piani alti e occupiamoci, mestamente, della questione scudetto. L’Inter fa la pazza, e anche senza Lautaro (acciaccato in panchina) vince in “remuntada” nella tana del Como e risvetta a +9 dal Napoli che frena a Parma. A 6 tappe dalla fine, il traguardo tricolore è davvero ad un passo per l’Inter di Chivu, ma non ditelo ai suoi tifosi, che quelli vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto. E tale appariva il bicchiere nerazzurro al Sinigaglia, quando nei primi 45’ la scapigliatura lariana, capeggiata da mister fantasy Nico Paz, è andata sul 2-0 facendo rivedere agli italici piangenti, Bastoni e Barella, anche gli spettri di Zenica. Ma il Como non è la Bosnia, nella ripresa si è clamorosamente sgonfiato e nell’Inter gli azzurri bastonati e fuori dal Mondiale, a differenza che in Nazionale possono contare su un bomber come Marcus Thuram e su un terzino goleador come Dumfries. Sono bastati questi due per fare la differenza, a ribaltare la partita (3-4 finale) e ad interrompere la striscia positiva del Como di Cesc Fabregas che non perdeva da 6 giornate. «Non guardo la classifica e non sapevo che la Juventus ci avesse superato», ha detto l’hidalgo Cesc al termine del match perso contro la capolista. Una bugia spiaccicata in terra come una crema catalana. L’ambizioso Fabregas sa che quel 4° posto ora è a rischio, che c’è la concorrenza spietata della Juventus che ha appena rinnovato con Spalletti (fino al 2028) e anche quella di una Roma che dovrebbe andare avanti con l’eterno insoddisfatto Gasperini, e a quel punto saluterebbe sor Claudio Ranieri che a farsi dare del “cattivo gestore”, lui che è il principe degli aggiustatori, giustamente non ci sta. Siamo ai saldi di fine stagione e sia il Napoli che il Milan svendono punti: la squadra di Conte lo fa con il Parma, 1 punto d’oro per “mister fairplay” Cuesta, e addirittura 3 punti e 3 gol quelli che i rossoneri di Max Allegri, non pervenuti a San Siro, concedono all’Udinese del minimalista Kosta Runjaic. È un campionato che ormai ha poco da dire, se non in zona retrocessione dove Cremonese e Lecce sono le due maggiori candidate a raggiungere Verona e Pisa già condannate all’inferno della B. Una stagione anonima per quasi tutte le italiane sul fronte internazionale. E anche nelle Coppe siamo ai titoli di coda. Si attendono in settimana i congedi europei per Bologna e Fiorentina, bocciate entrambe all’esame di inglese: contro Aston Villa (vincente al Dall’Ara 3-1) e Crystal Palace (a Firenze giovedì si riparte dal 3-0 di Londra). C’è tanto da lavorare per il calcio italiano che verrà. La speranza è che si riparta da una Federcalcio che, come la Costituzione cantata da Daniele Silvestri, torni “sana e robusta”. Quindi l’eventuale presidenza affidata a Giovanni Malagò non può essere che la scelta migliore e 18 club su 20 della Serie A lo confermamo, avendogli concesso la loro massima fiducia per le elezioni del prossimo 22 giugno. Del resto, se è vero che nel calcio contano solo i risultati, allora il miglior “risultatista” - che non disdegna neppure il “giochismo” - è proprio lui: l’olimpico Malagò, ex n.1 del Coni e soprattutto, presto, anche ex Giovanni senza terra.
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