sabato 6 luglio 2013
Faccio la storica, e la mia dimensione prediletta è il tempo. Annuso le tracce del tempo per mestiere. Amo il tempo e non riesco a non collocarvi ogni fatto, ogni immagine, ogni scrittura. Ed è forse per questo che resto sempre molto colpita da tutte le discipline e da tutte le culture che del tempo fanno a meno senza troppi problemi. E la tradizione ebraica sotto questo aspetto non ci va certo leggera. Il problema fu posto trent'anni fa da un libricino straordinario di uno storico americano, Yosef Haijm Yerushalmi, Zackor, che spiegava che gli ebrei, che hanno nella Bibbia un vero e proprio libro di storia, nell'esegesi talmudica e nel midrash aboliscono poi del tutto il tempo. Come dimostra ad esempio il midrash in cui si narra che Moshé andò un giorno a sedersi in un'accademia talmudica (siamo nel II secolo d.C.) e si sedette all'ultima fila. E non capiva nulla di quanto si diceva. Ma poi il Maestro disse: E questo ci viene da quanto il Signore comunicò a Moshé sul Sinai, ed egli ne fu riconsolato. È un gioco che schiaccia il tempo per individuare una realtà del tutto atemporale. Non posso fare a meno di provarne contemporaneamente fastidio e attrazione. Ma poi lascio ai rabbini il midrash, e torno al tempo e alla storia.
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