venerdì 18 maggio 2018
Ogni volta che si pensa ai social network una delle prime cose che normalmente vengono in mente è che siano luoghi dove la gente passa una larga parte del suo tempo non solo a discutere ma spesso anche a offendersi e odiarsi. Eppure chi studia comunicazione sa bene che la deriva italiana ha radici ben più antiche. Risale agli inizi del 1990, quando l'allora sconosciuto ai più Vittorio Sgarbi disse al Maurizio Costanzo Show, in onda su Canale 5, che voleva vedere morto il critico d'arte Federico Zeri. Nessuno prima di allora si era mai permesso tanto in televisione. Fu uno scandalo, e un successo di pubblico. Così da quel momento l'offesa e la rissa dilagarono nei programmi della tv privata per poi tracimare nel tempo anche nei programmi Rai e persino nei talk show politici. Una deriva che varcò i confini dell'Italia e portò nel 2002 il filosofo Karl Popper a scrivere il saggio Cattiva maestra televisione. Secondo il sociologo, occorreva esigere una patente per poter lavorare in televisione, in modo da preservarne a tutti i costi il carattere formativo. Tutti applaudirono ma poi non accadde nulla.
Sedici anni dopo, si potrebbe scrivere quasi la stessa cosa dei social. I quali indubbiamente hanno le loro colpe. Molte colpe. Ma attenti: a dare retta agli ultimi dati pubblicati da Facebook «i social non sono pieni di hate speech», cioè di «linguaggio d'odio».
Chiariamo subito un punto: non sono pieni non significa che non ne contengano, ma che – secondo DataMediaHub – la loro percentuale è decisamente inferiore a quanto si creda. «I contenuti grafici violenti, contenuti che glorificano la violenza o celebrano la sofferenza o l'umiliazione degli altri, rimossi nel primo trimestre 2018 da Facebook sono stati 3,4 milioni, quasi il triplo del trimestre precedente. Tali contenuti pesano però tra lo 0,22% e lo 0,27% delle visualizzazioni». Possibile? Spiega ancora Pier Luca Santoro su DataMediaHub, «per quanto riguarda in maniera specifica l'hate speech, i contenuti rimossi sono stati 2,5 milioni».
Tutti assolti, quindi? Per niente. E non solo perché «perfino un singolo caso sarebbe troppo» ma anche perché chi frequenta i social sa che spesso si incontrano contenuti e commenti di odio inaccettabili che sfuggono ai controlli e ai blocchi di Facebook. Ma se davvero l'odio sui social è più limitato di quello che si pensa come si evince da questa analisi, perché l'utente medio è convinto del contrario? Innanzitutto perché non tutta l'aggressività che incontriamo sui social viene catalogata come hate speech ma indubbiamente inquina "l'aria digitale" e ci fa respirare un'aggressività generale che non aiuta né il dialogo né la qualità di ciò che viene postato. E poi perché (inconsciamente?) ci piace pensare che l'odio sia confinato al digitale così da farci credere che ci basta "staccare dai social" per tornare in un mondo più civile e pacificato. Esagero volutamente un po': per certi versi invece dovremmo essere grati ai social. Senza di loro infatti forse non avremmo scoperto tutta l'aggressività dei nostri simili, anche di quelli che di persona sembrano così gentili ed educati, ma che evidentemente covano odio e rabbia repressa che esplodono solo davanti alla tastiera.
Aldilà della quantità – modica o meno – dei contenuti d'odio presenti sui social è innegabile che ormai abbiamo adottato un modo di comunicare che spesso non sa affrontare quella che Bruno Mastroianni chiama la "disputa felice", cioè la capacità di confrontarsi senza mai cadere nella rissa.
In questo senso calza a pennello la riflessione del giornalista Fabio Colagrande, ospitata nel blog Vinonuovo e rivolta ai cattolici social. Il giornalista si chiede infatti perché «noi cattolici non siamo riusciti a emergere dalla bolgia social e a imporre uno stile di dibattito mite, rispettoso e fecondo. Un modo di comunicare con l'altro che punti alla verità non solo come veridicità, ma come valore che migliora la vita di tutti e arricchisce nel dialogo gli interlocutori». Siamo divisi e contrapposti come non mai e su tutti i temi, religiosi e non. Come se ogni confronto fosse una partita di calcio o, peggio, uno scontro in un'arena. E così alla fine – sottolinea Colagrande – noi cattolici rischiamo di essere «webeti come gli altri».
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