La contraffazione vale 52 miliardi
sabato 26 aprile 2008
Si chiama Italian sounding ma non indica la qualità tutta italiana dei molti prodotti agroalimentari in giro per il mondo. Anzi, significa tutt'altro, esattamente l'opposto. Eppure, dietro questi due vocaboli si nasconde un giro d'affari ormai diventato miliardario, ma, soprattutto, l'occasione persa dal vero agroalimentare italiano di riscattarsi sul serio e recuperare il terreno perso negli ultimi decenni.
Guardiamo ai dati. Secondo alcune stime di Federalimentare, il valore delle imitazioni di prodotti alimentari italiani nel mondo arriva a 52 miliardi di euro. Si tratta di un fenomeno essenzialmente «estero», che, tuttavia, ha tutti i suoi effetti in Italia, sia nei confronti della trasformazione industriale " che si vede preclusa la crescita in mercati importanti " sia per quanto concerne i consumatori. Se si guarda ai mercati mondiali, ciò che emerge è la chiarezza dei numeri in gioco. Nel Nord America, fatta 100 la quota di esportazione di prodotti alimentari italiani «autentici», l'Italian Sounding supera quota 300. È una dimensione di mercato tripla quella su cui possono contare i falsi cibi italiani, che, in questo modo, schiacciano i prodotti nostrani «espropriando loro " come ha spiegato Federalimentare " enormi aree di mercato da riconquistare». Se, come d'incanto, tutti i falsi scomparissero, le nostre esportazioni potrebbero passare dai tre miliardi di euro attuali ai nove. Ed è possibile registrare una situazione simile anche in Europa.
La conclusione statistica è semplice: l'intero business della contraffazione ed imitazione estera, potrebbe raggiungere il triplo dell'export nazionale, che l'anno scorso ha toccato quasi 18 miliardi di euro.
Il problema dei falsi agroalimentari, però, tocca anche un altro aspetto del comparto: quello delle sofisticazioni e adulterazioni. Insomma, non è certamente una bella pubblicità quella che il settore ha subito in queste ultime settimane a causa di una serie di vicende giudiziarie che hanno toccato il mondo del vino. Ma situazioni simili, si possono riscontrare anche per altri prodotti. Allora che fare? L'Assoenologi, l'associazione degli enologi ed enotecnica italiani, ha indicato la strada della sburocratizzazione delle pratiche e dell'intensificazione dei controlli. Meno carte da compilare e più controlli nelle aziende potrebbero effettivamente aiutare nella lotta ai falsi e ai sofisticatori. Ma strumenti di questo genere possono essere usati in Italia, molto meno oltre confine. Ciò che, invece, è ancora da esplorare sono i meccanismi di tutela internazionale dei prodotti alimentari nell'ambito soprattutto del WTO. Ma qui la partita si fa ancora più pesante. Non è un segreto, infatti, che la tutela dei prodotti alimentari nazionali debba fare i conti con le regole della libera concorrenza da un lato, ma, anche e soprattutto con le pressioni negoziali dovute al mercato delle commodities agricole che, proprio in questi ultimi tempi, stanno assumendo sempre di più un valore strategico.
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