giovedì 12 ottobre 2017
Karl Popper, il famoso filosofo della scienza teorico della "società aperta", si sbagliava. O meglio, identificando nelle attuali società occidentali il migliore dei mondi possibili contrapponendole al sistema del socialismo reale, si dimenticava di un illustre precedente, l'impero romano. È quanto afferma lo storico inglese Ronald Syme in un gustoso libretto apparso nel 1958 in edizione originale e in Italia tradotto da Rizzoli nell'89 nella collana della Bur col titolo Tre élites coloniali. Il volume raccoglie tre lezioni tenute da Syme in Canada: gli avevano chiesto di non limitarsi alla storia antica, ma di allargare lo sguardo alla modernità e alla società contemporanea. Così Syme, uno dei massimi studiosi di storia e storiografia romana (autore di saggi divenuti classici come La rivoluzione romana, Tacito e Sallustio) volle emulare il prestigioso collega Arnold Toynbee avventurandosi nel campo degli studi comparativi, anzi cercando di approfondire il tema delle classi dirigenti non solo nell'antica Roma, ma anche nell'impero spagnolo e in quello britannico. E ci riuscì benissimo, mettendo in luce il formarsi e l'evolversi delle élites coloniali in quelli che definisce i più grandi – per durata ed estensione – imperi della storia.
Soprattutto la prima delle lezioni si rivela di un'attualità sconcertante anche perché Syme ignorava il grande e complesso fenomeno dell'immigrazione di massa dai paesi del Terzo Mondo verso l'Europa emerso negli ultimi anni. Ma cosa ha a che fare tutto questo con l'impero romano? Per lo storico inglese morto nel 1989 la capacità di ricambio della classe dirigente nella Roma di duemila anni fa si basava proprio sull'attingere alle fresche e vivaci nuove leve di intellettuali e politici cresciute nelle province via via acquisite nel corso delle varie conquiste: «Roma, tanto repubblicana che imperiale, manifesta il fenomeno interessante di una classe di governo che cambia regolarmente coi tempi. Ciò non fu dovuto ad alcuna teoria o dottrina, ma alla pressione di realtà che furono riconosciute da un'aristocrazia conquistatrice».
Tutto questo si verifica a partire dal primo allargamento dei domini romani all'Italia, fino a che la repubblica lascia il posto all'impero: più trascorrono i secoli e più i romani ammettono nel loro ceto al governo i membri preminenti delle élites provinciali, prendendoli non solo dall'Occidente (Gallia e Spagna soprattutto), ma anche dai territori orientali. Si assiste a una «pacifica invasione» che garantisce alla capitale dell'impero un'intellighenzia sempre rinnovata. Si pensi a Seneca, Marziale, Quintiliano fino a colui che sarebbe divenuto imperatore, Traiano. Così, tutti gli Antonini saranno di estrazione spagnola o narbonense. «C'è dunque un lungo e regolare sviluppo verso quella che può essere opportunamente definita una "società aperta" o meglio una "società in espansione"», dice ancora lo storico. Al fondo di questo continuo e benefico interscambio di uomini e di culture secondo Syme c'è una visione restia ad ogni preoccupazione di purezza razziale: si guarda non al luogo da cui si proviene, ma al valore individuale. Anzi, i provinciali delle terre d'Occidente incarnano al meglio quegli ideali e quelle virtù tradizionali, dalla frugalità all'orrore per lo sperpero e per l'ostentazione, che si erano appannati fra i romani.
Una posizione analoga si riscontra negli spagnoli che, un millennio più tardi, avrebbero conquistato l'America. A suo dire nel Nuovo Mondo vi fu almeno nei primi tempi una mescolanza riuscita con le classi indigene. «Gli spagnoli erano eredi dell'antica civiltà mediterranea, che non conosceva divisioni basate sul colore della pelle», annota Syme che si riferisce agli albori della colonizzazione, prima che si manifestassero le brutali violenze dei Conquistadores. Purtroppo certi esperimenti, come i tentativi di autogoverno indigeno locale, finirono nel nulla. L'ultima lezione riguarda il confronto-scontro fra le élites americane e la madrepatria inglese, che a poco a poco avrebbe portato all'indipendenza. Parlare di imperi comporta anche porre a tema il loro declino e la loro scomparsa, ma Syme preferisce come si è visto soffermarsi sulla capacità di riformarsi che permise loro di durare vari secoli prima di crollare.
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