mercoledì 3 gennaio 2018
È tempo di buoni propositi, classica abitudine di inizio anno, consapevoli che, come in tutti gli anni che finiscono con un numero pari, il 2018 ci sottoporrà a grandi passioni sportive. Visto che si inizierà, fra poco più di un mese, con i Giochi Olimpici invernali di PyeongChang, approfitto di queste due congiunture per raccontare una storia di buoni propositi, di visione, di ispirazione che, guarda un po', nasce proprio agli ultimi Giochi Olimpici invernali, quelli di Sochi 2014.
In realtà la storia nasce qualche anno prima, nel 2003, quando Roberto Carcelén, giovanotto peruviano impiegato per la Microsoft, incontra a Seattle una ragazza che ha conosciuto online. Si chiama Kate, lavora nella sua stessa azienda, divisione marketing. Diventerà presto sua moglie e lo convincerà a fare due cose: trasferirsi negli USA e provare lo sci di fondo. Roberto è un atleta, bravo nel surf e con alle spalle qualche partecipazione a eventi di triathlon, ma fondamentalmente non ha mai visto la neve. Prova, un po' per curiosità, un po' per far contenta Kate. Cade almeno venti volte il primo giorno, ma scopre che quello sport così esigente dal punto di vista fisico, gli piace. Non noleggia più il materiale, si compra tutto ciò che serve e si iscrive persino a qualche gara locale, dove figura bene. Tanto che qualcuno gli mette in testa un pensiero: «Il Perù non ha mai mandato un suo atleta ai Giochi Olimpici invernali, dovresti provarci». Il fatto che abbia 36 anni non lo preoccupa più di tanto: «Se hai una visione e una passione forte per qualcosa arrivi a credere di poter cambiare il mondo inseguendola» dice Roberto.
Detto, fatto. Roberto, quarantenne, è il portabandiera per il Perù ai Giochi Olimpici di Vancouver, nel 2010. Si iscrive alla 15km, vinta dallo svizzero Dario Cologna, lui arriva dodici minuti e diciassette secondi dopo, ma si toglie la soddisfazione di arrivare penultimo, lasciando alle sue spalle un portoghese. Tuttavia, si sa, se ai Giochi ci vai una volta fai di tutto per tornarci. Capita così anche a Roberto che mette nel mirino Sochi. Già, perché al ritorno da Vancouver, scoperto l'impatto che la sua performance ha avuto in Perù, decide di usare la sua fama per restituire qualcosa, per aiutare le persone più sfortunate, in particolare i bambini del suo paese d'origine. Ora Roberto ha due idee forti: vuole creare una fondazione e arrivare, in qualunque modo, a Sochi. Passano quattro anni di lavoro (incluso quello tradizionale, mai abbandonato, nel mondo dell'informatica), di fatica, di sudore, spinto dall'idea di essere fonte di ispirazione per il suo Paese. Passano quattro anni (meno due settimane) e tutto fila liscio. Ottiene la qualificazione e, nonostante le 44 primavere, si sente pronto. Anzi, così pronto che decide di finalizzare la preparazione in Austria, dove passerà gli ultimi 15 giorni prima dell'inizio dei Giochi. Proprio due settimane prima della cerimonia di apertura, Roberto sta scendendo da una collina ghiacciata. Cade. Va a sbattere contro una roccia e si rompe due costole. Un medico austriaco gli dice un'unica cosa: «Riposo assoluto. Fai le valigie e torna a Seattle». Roberto, invece, torna in hotel, con altri due pensieri. Pensiero numero uno: «Ok, la gente capirà e io andrò avanti con il mio progetto, anche se fisicamente non potrò tagliare quel traguardo». Pensiero numero due: «E se ci provassi? E se ci riuscissi? Non per me, ma per coloro che mi guarderanno in Perù. Potrebbe essere la mia occasione per dimostrare loro che perseveranza e determinazione possono far accadere qualsiasi cosa».
Chissà quale pensiero è passato per la testa di Dario Cologna che, invece di festeggiare la sua seconda medaglia d'oro consecutiva nella 15 km, decise di aspettare per ventotto minuti sulla linea del traguardo Roberto Carcelén con le sue due costole rotte e una bandiera del Perù fra le mani. Ultimo, ultimissimo. Addirittura dieci minuti dopo il penultimo, il nepalese Dachhiri Sherpa, anche lui fermo lì sulla linea del traguardo ad aspettare Roberto, come a chiudere un cerchio perfetto.
La Roberto Carcelén Foundation aiuta oggi moltissimi bambini e bambine peruviani attraverso tre strumenti: lo studio dell'informatica, il perfezionamento della lingua inglese, lo sport e i valori olimpici. Guarda caso le tre cose che hanno avuto un ruolo centrale nella vita di Roberto. "Learn, earn, return" dicono gli anglosassoni: "Impara, guadagna, restituisci".
© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: