Il Papa chiude il Giubileo: «No all’industria della guerra. Si affermi l’artigianato della pace»

Alle 9.40 del giorno dell’Epifania Leone XIV chiude la Porta Santa nella Basilica di San Pietro e conclude l’Anno Santo della speranza. La denuncia delle «intenzioni di Erode» nelle agende politiche e del mercato che «riduce l’uomo a consumatore». L’invito all’accoglienza: non estranei ma fratelli
January 6, 2026
Il Papa chiude il Giubileo: «No all’industria della guerra. Si affermi l’artigianato della pace»
Papa Leone XIV chiude la Porta Santa nella Basilica di San Pietro / ANSA
Si avvicina alla prima anta e l’accompagna verso di sé. Poi fa lo stesso con la seconda. Il gesto è deciso. L’approccio quasi rapido. Ma lo stile in tutto e per tutto familiare. Il Papa le tira a sé dai battenti facendole coincidere perfettamente l’una con l’altra. Nell’atrio della Basilica di San Pietro il silenzio viene rotto soltanto dal colpo sugli stipiti e dagli scatti dei fotografi. La Porta Santa si chiude. Leone XIV china la testa con la mitria davanti alla Porta ormai serrata e resta fermo lì davanti per una manciata di secondi. Poi tocca di nuovo le formelle, quelle che hanno sfiorato per dodici mesi i pellegrini arrivati da tutto il mondo. Sono le 9.40 del giorno dell’Epifania quando termina ufficialmente il Giubileo. Il Giubileo della speranza aperto il 24 dicembre 2024 da papa Francesco che nella bolla di indizione “Spes non confundit” aveva stabilito finisse il 6 gennaio 2026. Il Giubileo dei due Papi, come già verrà ricordato. E il Giubileo che chiede di continuare a essere «tessitori di speranza», sottolinea Leone XIV. Perché «la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova». Prima di chiudere la Porta Santa il Papa si inginocchia per un momento di preghiera personale. Ad accompagnarlo con gli sguardi i cardinali, i vescovi e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dall’atrio; e poi i fedeli che affollano la Basilica per la Messa che il Pontefice presiederà appena dopo l’epilogo dell’Anno Santo. 
Papa Leone XIV inginocchiato davanti alla Porta Santa nella Basilica di San Pietro / ANSAPapa Leone XIV inginocchiato davanti alla Porta Santa nella Basilica di San Pietro / REUTERSPapa Leone XIV chiude la Porta Santa nella Basilica di San Pietro / ANSAPapa Leone XIV chiude la Porta Santa nella Basilica di San Pietro / REUTERSPapa Leone XIV chiude la Porta Santa nella Basilica di San Pietro / REUTERS
Papa Leone XIV inginocchiato davanti alla Porta Santa nella Basilica di San Pietro / ANSA
«Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere – ripercorre il Papa nell’omelia –. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa». Il Pontefice li paragona ai sapienti raccontati dal Vangelo dell’Epifania che si recarono a Betlemme per incontrare il Bambinello. «Sì, i Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare». Un mondo, afferma Leone XIV, in cui «le intenzioni di Erode» continuano a dettare le agende politiche e in cui le paure sono «sempre pronte a trasformarsi in aggressione». Il Papa cita le parole di Gesù che ammoniva: «Il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono». Tutto ciò «non può non farci pensare a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il Nuovo che Dio ha in serbo per tutti». E anche a chi vuole un’umanità trasformata «da deliri di onnipotenza». Poi all’Angelus aggiungerà: «Invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace». 
 
La conclusione dell’Anno Santo è anche l’occasione per lanciare una nuova denuncia. «Il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore?». Quindi l’invito all’accoglienza: «Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?». E sempre all’Angelus sinterizzerà: «Gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle». 
 
Altra dimensione che lascia in eredità l’Anno Santo è la sete di giustizia. «Il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire “ciò che si ha”», spiega all’Angelus. E il monito: «Al posto delle diseguaglianze ci sia equità». Preghiera mariana che il Papa guida dalla loggia centrale della Basilica Vaticana, davanti alla folla che riempie piazza San Pietro e sfida la pioggia. Scelta inconsueta quella del Pontefice di affacciarsi da San Pietro per l’Epifania e non dalla tradizionale finestra del Palazzo Apostolico.
 
Nella Messa Leone XIV affida alla Chiesa una serie di interrogativi che dal Giubileo scaturiscono e che sollecitano una riflessione ecclesiale. Come quella che scandirà il primo Concistoro del pontificato in programma mercoledì 7 gennaio e giovedì 8: insieme i cardinali da tutto il mondo per dialogare e collaborare con il Papa. Se 33 milioni di persone hanno attraversato le Porte Sante a Roma, si domanda il Pontefice, «che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza?». E ancora. «Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?». Guai a farsi contagiare dal “morbo” della rassegnazione. «La paura accieca – rimarca il Papa –. La gioia del Vangelo, invece, libera: rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse». E lo sprone: «Quanto è importante che chi varca la porta della Chiesa avverta che il Messia vi èappena nato, che lì si raduna una comunità in cui è sorta la speranza, che lì è in atto una storia di vita.  Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuole essere il Dio-con-noi». Una comunità ecclesiale che abbraccia l’«Homo viator, dicevano gli antichi. Siamo vite in cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita». E la consegna: «Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora». 

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