Il paradosso dell'arciere e il bersaglio della vita
mercoledì 9 gennaio 2019
La freccia, quando vola, ha un comportamento aerodinamico sorprendentemente metaforico. Nulla a che fare con la lineare traiettoria di una pallottola o di una palla che ha uno spin che ne aumenta la velocità di rotazione, stabilizzando la fase di volo. Niente di tutto questo. La freccia, appena scoccata, inizia a dimenarsi come se fosse animata. La forza, applicata sulla sua parte posteriore (la cocca), fa letteralmente incurvare la freccia. La punta, appena effettuato il rilascio, si allontanerà dal bersaglio, andrà verso sinistra, ma ritornerà verso destra dopo pochi istanti, curvando ulteriormente e permettendo alla parte terminale, dove c'è l'impennatura, di aggirare la struttura dell'arco. Da lì in poi la freccia continuerà a puntare a sinistra, tornare a destra e così via, fino a quando si conficcherà sul bersaglio.
Si chiama paradosso dell'arciere, un nome bellissimo.
La freccia ci ricorda che al bersaglio ci si avvicina per scatti, momenti in cui apparentemente ci allontaniamo dall'obiettivo, altri in cui ci riallineiamo con ciò che desideriamo. Se non ci fosse la possibilità di andare fuori dalla traiettoria ideale, non ci sarebbero le condizioni per ritornarci, arrivando alla fine a colpire il centro del bersaglio.
Non è forse così in economia, nel mondo del business, dello sport, in politica o nel processo di crescita di un adolescente? Non è forse, il nostro, un adattamento continuo, un ricercare correzioni in una danza che ci fa allontanare, avvicinare, riallontanare, riavvicinare a quello che cerchiamo? La freccia ci insegna come un complicatissimo algoritmo che mette insieme tecnica, materiali, incidenza del vento e mille altri dettagli, determinerà il suo piantarsi (o meno) nel centro del bersaglio. Certo, si può risolvere l'errore lamentandosi per il troppo vento o per mille altri alibi, ma sarà solo il controllo di tanti particolari che porterà la freccia dove l'arciere voleva che andasse. Sarà il suo atteggiamento prima del tiro, sfruttando esperienza, sensibilità, conoscenza delle condizioni esterne a fare la differenza. Dopo aver scoccato, infatti, non potrà che guardare la sua freccia volare, per settanta metri. Il successo sarà conseguenza della sua capacità di controllare ciò che è controllabile e di allenare la capacità di reagire in maniera positiva a dei fattori che, invece, controllabili non sono. L'obiettivo sarà centrato se, in mezzo a tutte quelle variabili, l'arciere sarà riuscito a fare bene un gesto, proprio quando è difficile farlo.
Ecco il segreto: il fatto che non tutto sia controllabile è uno dei valori più grandi che ho imparato dallo sport. Ci sono situazioni che non possiamo decidere se si presenteranno oppure no, ma possiamo tuttavia decidere come noi ci comporteremo, qualora si presentassero. Così deve essere anche in questo nostro complicato quotidiano: spesso siamo di fronte a situazioni che noi non abbiamo deciso, ma possiamo decidere in che modo reagire, con il dovere di non restare indifferenti e subirle. Trasformare l'orrore quotidiano a cui siamo sottoposti (che si tratti di migranti lasciati a morire in mezzo al mare o di clochard a cui qualcuno si bulla di buttare le coperte nella spazzatura) in qualcosa di necessario per risvegliarci dal torpore è l'unica strada, come nel paradosso dell'arciere: qualcosa che ci porta talmente fuori traiettoria da ricordarci della necessità di fare bene tanti piccoli gesti quotidiani.
Prima che sia troppo tardi, prima che il bersaglio venga inesorabilmente mancato e questo orrore si impadronisca definitivamente di noi e del nostro Paese.
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