I giganti digitali, nuovo controllo del sapere
venerdì 20 settembre 2019
Una delle questioni centrali del mondo digitale riguarda le informazioni. E cioè in che modo le conoscenze (oltre che le notizie) arrivano a ognuno di noi. Lo scandalo Cambridge Analytica e lo strapotere delle fake news ci hanno svelato quanto ormai sia facile pilotare nel digitale le informazioni per usarle come arma politica e non solo. L'avvento di Wikipedia, dal canto suo, ci ha dimostrato che è possibile creare enciclopedie mondiali, facendo leva su una comunità eterogenea di studiosi e di esperti. Come ben sappiamo, né il mondo dell'informazione né quello del sapere sono immuni da errori, mezze verità, partigianerie e vere e proprie bugie. Ma nonostante tutto questo il mondo dell'informazione come quello di Wikipedia ha una qualità media che supera pienamente la sufficienza.
Adesso però ci sono altre sfide. La prima riguarda il potere di chi distribuisce le notizie e le conoscenze nel mondo digitale. Da tempo abbiamo capito che gli algoritmi non sono neutri. E anche che le ricerche di Google, come le notizie che appaiono sui nostri cellulari, selezionate alla fonte da Apple o da applicazioni come Google News, Upday o Toutiao, non sono poi così ben tarate sulle nostre preferenze (come loro dicono) e tanto meno sono figlie di scelte imparziali. Lo vediamo tutti i giorni: ci sono temi e testate che per questi sistemi non esistono. E anche le piattaforme digitali che offrono la lettura "libera" di centinaia di testate, a fronte di un abbonamento mensile, hanno lo stesso problema. Perché vincono sempre e solo le testate più forti, quelle più conosciute e quelle che urlano di più.
Così, con la scusa che il mercato deve vincere e che la maggioranza ha sempre ragione, le piattaforme, gli algoritmi e i social stanno premiando solo alcune voci e alcune idee a discapito di altre. E il paradosso è che alcune testate che propinano notizie bufala fanno più traffico e soldi di quelle vere.
Adesso che c'è la corsa agli assistenti vocali (Google Assistant, Alexa e altri), le cose rischiano di complicarsi ancora di più. L'essere umano, infatti, è mediamente pigro. Così, già oggi, chi vuole informarsi difficilmente chiede al suo assistente vocale di leggergli «le ultime notizie di Avvenire» (o del Corriere, di Repubblica o della Stampa), ma si limita a chiedergli: «leggimi le ultime notizie». Già, ma chi sceglie (e con quali criteri) quali sono le notizie più importanti da leggere e da quali testate o siti reperirle? Nemmeno i sistemi di intelligenza artificiale sembrano al momento capaci di fare rassegne stampa e di selezionare notizie con equilibrio (per così dire).
Il problema diventa, se possibile, ancor più drammatico quando si entra nel campo del sapere. L'ultimo esempio è il progetto Alexa Answers, annunciato da Amazon. Quando qualcuno farà delle domande al sistema attraverso l'assistente vocale Alexa, «in mancanza di risposte certificate, saranno scelte risposte fornite da altri utenti». Come accadeva e accade sul web in progetti come Yahoo Answers. Con l'aggravante che quando ascoltiamo un contenuto siamo ancora più vulnerabili di quando lo leggiamo.
Che un gigante con la potenza e i mezzi di Amazon scelga questa strada fa pensare. Perché è vero che nel digitale tutto ormai è social e che ognuno pensa di essere in grado di intervenire su tutto, ma questa strada può creare danni enormi. Perché, al momento, le risposte di Alexa Answers non saranno vagliate da una comunità di esperti, come per esempio accade per le voci di Wikipedia, ma da utenti iscritti a una comunità. Quindi nessuno controllerà i "certificatori" e il rischio che il sistema venga usato – per calcolo o per "gioco" – anche per diffondere falsità e sciocchezze è molto alto.
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