Dopo Parigi, non è più tempo di attesa
venerdì 16 gennaio 2015
​Che la storia sia fatta, come voleva il Macbeth di Shakespeare, di urlo e furore, o come voleva il Kurtz di Conrad, di orrore, ne siamo convinti da tempo – ed è difficile che qualcuno possa seriamente convincerci dell’umana possibilità di cambiarla. Molti di noi hanno vissuto il Novecento – due guerre mondiali, e Auschwitz Dresda Hiroshima, e il Vietnam e la rivoluzione culturale cinese, e Pol Pot e il Biafra e tutti i loro amarissimi eccetera – e la dilagante stupidità e lo stupido ottimismo della propaganda diffusa da chi era al potere economico e militare, che è cresciuto nei lunghi periodi di benessere e di relativa pace sociale degli ultimi vent’anni del ’900 e dei primi dieci del 2000. È impressionante vedere, a ritroso, come questi anni abbiano potuto addormentare tante coscienze di fronte a una presenza così massiccia del male, anche allora e non proprio lontano da noi, tra di noi. Se ci ha sempre scandalizzato la superficialità di tanti filosofi sociologi politologici di quello sciocco (certo in Italia) trentennio, oggi costretti a svegliarsi dal loro beato dormiveglia, questo è però niente di fronte all’angoscia che provocano in noi tanti avvenimenti di questi giorni e mesi, da Parigi alla Nigeria, pensando alle minacce che evidenziano. Coloro che hanno creduto nella possibilità non di magnifiche sorti ma di una giustizia sociale all’interno d’ogni nazione e tra le nazioni come la sola possibilità di reagire alla straripante presenza del male fomentato dall’egoismo degli uni e dal fanatismo degli altri, si sono sempre sentiti dei perdenti, e si sentono tali oggi più che mai di fronte alle scene di Parigi o della Nigeria (le prime che ripetono orrori già visti, le seconde, con le bambine usate come kamikaze, inedite e che forse esprimono la peggior novità possibile che il nostro tempo sembra prometterci). C’è ribellione e ribellione, c’è una ribellione costruttiva perché sa commisurare i fini e i mezzi, e una distruttiva che rifiuta di farlo, di esaltati e non di «persuasi». Giovani, adolescenti, bambini – il futuro è loro, ma quale futuro? E cosa possiamo fare per loro? Lottare per un mondo migliore, certamente, e mai stancarci di farlo. Lo scandalo del nostro tempo dovrebbe renderci più chiari e convinti in ogni scelta e in ogni azione, e soprattutto nel modo di legare le convinzioni morali alle pratiche sociali, che non possono essere di attesa ma di intervento, di azione.
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