Dagli Usa alla Cina: sui mercati ricchi sale la richiesta di alimentare italiano
domenica 18 novembre 2018
L'agroalimentare italiano corre ancora sui mercati mondiali. Buona cosa, visto che, pur tenendo conto di una certa crescita, il mercato nazionale non ha ancora raggiunto i livelli pre-crisi. Il messaggio quindi è semplice: per continuare e mantenere alte le sorti del settore, occorre puntare decisamente sulle vendite oltre confine.
L'indicazione è arrivata dal Nomisma Italian Agrifood Mkt Potential Index che è stato presentato a Agronetwork appena conclusosi. I numeri sono chiari. Nel 2017 i consumi nazionali di generi alimentari e bevande sono arrivati a 243 miliardi di euro: in ripresa, ma ancora lontani dai tempi pre-crisi. Esportare, dunque, è la parola d'ordine, non solo per lo sviluppo delle imprese ma, in alcuni casi, per la loro sopravvivenza. Prova ne è, secondo Nomisma, il fatto che «negli ultimi anni il fatturato del settore è stato trainato dalla domanda estera: nel 2017 il 24% del giro d'affari dell'industria alimentare nazionale è stato generato proprio al di fuori dei confini italiani a fronte di un 20% di cinque anni prima». Per capire meglio – oltre a ricordare che lo scorso anno si è chiuso con esportazioni da primato pari ad oltre 40 miliardi di euro –, basta sapere che, seppur con un lieve rallentamento, le vendite all'estero di alimentari italiani crescono anche nel 2018: +2,3% nel I semestre
rispetto al medesimo periodo del 2017. Ciò che più conta, poi, è che a spingere in avanti le esportazioni sono le vendite in alcuni dei mercati più ricchi del pianeta, quelli che vengono indicati come "Paesi bandiera", come Germania (+16,5% tra 2012 e 2017), Stati Uniti (+48,9%), Regno Unito (+27,8%), Canada (+24,3%), Giappone (+13,1%), che da soli valgono il 40% del nostro export agroalimentare. Ma anche i "Paesi frontiera" si comportano bene, con, per esempio, l'Australia i cui acquisti dal 2012 al 2017 sono cresciti del 41,7% oppure la Cina (+78,5%).
Poi c'è il futuro. Nomisma l'ha detto chiaro: le potenzialità ci sono tutte e sono interessanti, occorre però stare a vedere la questione dei dazi e più in generale l'andamento dell'economia. Tenendo conto dell'evoluzione delle politiche, pare comunque che siano proprio gli Usa - con un +6,5 delle importazioni nei prossimi 5 anni -, ad essere fra i mercati più promettenti. Se si fa poi pari a 100 il mercato statunitense, seguono a ruota quelli di Germania (indice pari a 97) e Cina (94).
La morale di tutto questo è semplice e grosso modo è sempre la stessa. L'agroalimentare deve ancora una volta guardare con attenzione ed efficacia all'estero: questione di crescita ma, come si è detto sopra, spesso anche di sopravvivenza.
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