Camminare da vedenti. Prima che sia troppo tardi
Da New Delhi alla Silicon Valley, la corsa all'intelligenza artificiale accelera senza freni. Ma camminare verso il futuro senza sapienza è cecità. E la cecità – individuale e collettiva – è il rischio più grande del nostro tempo.

Corrono. Tutti corrono.
A New Delhi, nel Bharat Mandapam, centottanta delegazioni e quasi trecentomila partecipanti si sono riuniti – dal 16 al 20 febbraio – per l'AI Impact Summit 2026: il quarto vertice globale sull'intelligenza artificiale, il primo mai ospitato nel Sud del Mondo. Corrono i capi di Stato – oltre venti – e i ministri – oltre sessanta. Corrono gli “oracoli” del silicio. Corre Sundar Pichai, che annuncia quindici miliardi di investimenti di Google in India e proclama che l'IA è «il più grande cambio di piattaforma delle nostre vite», una rivoluzione «dieci volte più veloce e dieci volte più grande» di ogni precedente. Corrono Anthropic e OpenAI, che in queste settimane hanno rilasciato nuovi e più potenti modelli – Claude Opus 4.6 e GPT-5.3 Codex – a distanza di venti minuti l'una dall'altra. E non è che l’inizio. Anthropic ha chiuso un round da trenta miliardi di dollari raggiungendo una valutazione di trecentottanta miliardi. OpenAI prepara il suo, da cento miliardi. Il Segretario Generale dell'ONU, António Guterres, ammonisce che il futuro dell'intelligenza artificiale «non può essere deciso da una manciata di Paesi né lasciato ai capricci di pochi miliardari».
Correva anche l'Italia, a New Delhi. Con il Ministro Adolfo Urso in rappresentanza del Governo e una qualificata delegazione a supporto. Con Stellantis, Almaviva, Harmonic Innovation Group e numerose startup nel Padiglione Italia. Un accordo trilaterale Italia-India-Kenya per portare l'IA al servizio dello sviluppo sostenibile in Africa ha coronato una presenza che conferma la vocazione mediterranea e globale dell'innovazione italiana.
Tutti corrono. Corrono. Ma verso dove?
L'Umanità è da sempre in cammino. Essa stessa è cammino. Da sempre, corre. Corre verso il futuro. «Nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Il grido di Ulisse dantesco, rilanciato cinque secoli dopo dai Futuristi nel loro elogio della velocità, attraversa ogni epoca. Il tema del viaggio ne costituisce la corrente sotterranea e ne scandisce il cammino. Abramo parte senza conoscere la meta. Mosè conduce il popolo d’Israele nel deserto. Prometeo ruba il fuoco agli dèi. Enea fonda una civiltà sulle ceneri di un'altra. Colombo traversa l'ignoto. I moderni astronauti volano alla conquista dei pianeti lontani. Ogni civiltà, ogni popolo, ogni generazione ha affrontato la propria corsa. Inseguendo quelle che Leopardi definì – con ironia tagliente – le «magnifiche sorti e progressive».
Ma il cammino dell'Umanità – inevitabilmente – si è sviluppato tra luci e ombre. Fu luce la ragione greca che indagò il kosmos cercandovi un ordine intelligibile. Fu ombra la tentazione di dominare il mondo. Fu luce il diritto romano che codificò la giustizia. Fu ombra l'imperialismo che lo impose con la spada. Fu luce l'Illuminismo che sfidò l'oscurantismo. Fu ombra il razionalismo che pretese di fare a meno di Dio. Fu luce la nascita delle società complesse. Fu ombra lo schiavismo che ne ha spesso sostenuto l'economia. Fu luce la rivoluzione industriale che moltiplicò le risorse. Fu ombra lo sfruttamento che moltiplicò la miseria. Furono luce la conquista dei diritti sociali. Furono ombre i totalitarismi che ne fecero carta straccia ed i radicalismi che ne torsero il senso più profondo.
In ogni epoca, progresso e regresso si sono inseguiti come in una danza tragica. Ogni conquista ha portato con sé la propria nemesi. Ogni Prometeo il proprio avvoltoio. L'Uomo è l'unica creatura capace di costruire cattedrali e campi di sterminio, ospedali e bombe atomiche. Ogni sistema (sociale, economico, culturale, democratico) che ha proclamato libertà ha, poi, generato nuove forme di asservimento. L'arco della Storia non piega naturalmente verso la verità, verso la giustizia e verso l’amore. Piega sotto le mani, i cuori e la brama di potere di chi lo detiene.
Oggi, però, siamo a un bivio senza precedenti. Tra distopia possibile e utopia verosimile. Non è mai capitato nella Storia un momento di cambiamento così profondo. Ciò che stiamo vivendo non è una semplice transizione tecnologica: è uno slittamento paradigmatico, una singolarità che non ha precedenti per portata, profondità, velocità e ampiezza delle trasformazioni in essere. L'avvento dell'intelligenza artificiale ha impresso a questa prospettiva un'accelerazione vertiginosa. Le scelte che faremo nei prossimi anni – forse nei prossimi mesi – condizioneranno le generazioni future in modo irreversibile.
Due grandi agende di cambiamento stanno ipotecando il futuro a livello globale. La prima. Quella della tecno-destra-capitalistica yankee. Che ha i suoi cenacoli nella Silicon Valley e in Wall Street e le sue ideologie nella prospettiva dell'Illuminismo Oscuro, dell'Ottimismo Tecnologico e della filosofia Tescreal. Un'agenda affetta da nichilismo e misantropia sociale, economica e democratica. Che prefigura governance tecno-feudali guidate da una ristretta super-plutocrazia. La seconda. Quella della tecno-sinistra-statalista sino-asiatica. Che persegue gli stessi obiettivi di supremazia, ma con strumenti diversi: il controllo centralizzato, la sorveglianza di massa, la sottomissione dell'individuo all'apparato. Entrambe sono agende finalizzate al dominio. Entrambe non credono nella centralità della persona. Entrambe prefigurano (e promuovono) un futuro dispotico, in cui l'Umano è ridotto a variabile dipendente del sistema – tecnologico, finanziario, politico – che lo governa. L’innovazione armonica rappresenta una terza via. Autenticamente (e non retoricamente) etica, umanistica, transdisciplinare, e sapienziale. Una via Europea, Italiana e Mediterranea fondata sulle tre grandi tradizioni di pensiero di questa porzione di mondo: quella della visione classica ellenica, magnogreca e rinascimentale; quella della tradizione liberale non dogmatica; quella della Dottrina Sociale della Chiesa. La sua peculiare presenza in Italia è da inquadrarsi in questa prospettiva.
Che cosa ci insegna tutto questo? Ci insegna che non basta camminare verso il futuro. A volte si cammina senza conoscere la strada. Senza sapere dove si è diretti. Si cammina – e si corre – da ciechi. Da ciechi che guidano altri ciechi. Da ciechi che si lasciano guidare da altri ciechi. Ed è questa, forse, la malattia più grave del nostro tempo.
In chiave sociologica: intere società procedono imitando modelli che non comprendono. Adottano paradigmi che non interrogano. Producono sviluppo che uccide e non fa vivere. Consumano innovazione senza discernerne le conseguenze. I sistemi mediatici amplificano il rumore e soffocano il senso. Le istituzioni rincorrono il consenso e abbandonano il senso. La giustizia persegue il testo ed ignora il contesto. Si procede come in una processione di cui si è persa la ragione: per abitudine, per inerzia, per paura di restare indietro. Ma una processione senza meta è solo una folla (ed una follia) cieca in movimento. Le nostre società producono ricchezza e diseguaglianza con la medesima efficienza. Proclamano diritti universali mentre alimentano nuove forme di servitù. Il cieco sociale è colui che partecipa al sistema senza interrogarlo. Ha orecchie ma non ascolta il grido dei poveri. Ha occhi ma non vede le macerie che il suo benessere produce.
In chiave antropologica: l'uomo contemporaneo ha rinunciato alla fatica del discernimento. Ha scambiato l'informazione per conoscenza e la conoscenza per saggezza. Accumula informazioni che non riesce e non sa più trasformare in sapere vivificante. Ha delegato la vista agli algoritmi, il giudizio ai dati, la coscienza all'efficienza. La sapienza alle false verità. Cammina da cieco perché ha smesso di chiedersi "perché" e si accontenta di lasciarsi indicare "come". Segue traiettorie tracciate da altri – dai mercati, dalle piattaforme, dalle agende altrui – senza interrogarsi se conducano al bene o all'abisso. Oggi come ieri. In forme diverse. Si ripete una storia antica. Quando l'Uomo rinuncia a cercare la verità su se stesso — sulla propria natura, sulla propria origine, sul proprio fine — diventa cieco alla propria identità. Confonde il desiderio con il diritto, l'emozione con la verità. Si muove nel mondo come un essere potentissimo e vuoto: capace di tutto e incapace di senso. Ha perso il gusto di ciò che (lo) nutre davvero. Non sente più il profumo della sapienza. L'Uomo cieco antropologicamente è un gigante che cammina a tentoni. Ogni suo passo rischia di essere una distruzione.
In chiave spirituale, morale, veritativa: si può obbedire alla Verità o la si può tradire fingendo (o illudendosi) di servirla. È (finanche) possibile — ed è questa la tentazione più sottile del nostro tempo — professare la fede e vivere nella cecità. Chi afferma che la conversione non è più necessaria, che Dio non chiede nulla perché tutto accoglie senza distinzione, costui cammina nelle tenebre credendo di stare nella luce. E questa è la peggiore delle cecità: quella che non sa di esserlo. La fratellanza universale senza Cristo è fraternità di male e non di bene, di peccato e non di grazia. Anche la Chiesa – noi tutti che siamo Chiesa di Dio – non è immune da questo rischio e da questa tentazione. La Chiesa accogliente senza verità è un rifugio senza fondamenta. Si può seguire Cristo da ciechi — ed è tragedia immensa — oppure da vedenti. Da stolti o da sapienti. Dalla falsità o dalla verità. Dalla disobbedienza o dall’obbedienza. Per edificare il nostro regno di male o per costruire il suo regno di bene. Perché lo si possa seguire da vedenti, da sapienti, dalla verità e per l'edificazione della Chiesa del Dio vivente, occorre chiedere a Lui – ogni giorno, anzi in ogni istante – la vista, la sapienza, la perfetta obbedienza. Tutte le grazie necessarie perché la sequela sia autentica. Un solo istante senza preghiera e già si è passati dalla luce nelle tenebre, dalla vista nella cecità. Se si abita nella grazia e nell'obbedienza alla Parola, allora si segue Cristo dalla luce e dalla visione. Se si abita nel peccato, lo si segue dalla cecità e dalle tenebre. Senza una preghiera tenace e persistente, è sempre facile scivolare dalla cecità parziale alla cecità totale.
I frutti di questa cecità sono sotto gli occhi di tutti. Ingiustizie strutturali. Disuguaglianze abissali. Guerre. Devastazione ambientale. Solitudini esistenziali moltiplicate dalla connessione artificiale. Vite consumate nell'illusione che l'avere sia l'essere e che il potere sia il sapere.
Qualcuno obietterà: non si è mai stati meglio nella Storia dell'Umanità. Ed è vero, per alcuni aspetti. La medicina ha sconfitto flagelli. La tecnologia ha abbattuto distanze. Mai così tanti hanno avuto accesso al cibo, alle cure, all'istruzione. Mai la mortalità infantile è stata così bassa. Ma, allo stesso tempo, mai come oggi l'anima dell'Uomo è stata così povera, così affamata di senso. Mai come oggi il suicidio è la prima causa di morte tra i giovani. Mai come oggi la solitudine è epidemia. Mai come oggi le disuguaglianze sono state così profonde. Mai come oggi il pianeta è stato così minacciato nel suo equilibrio necessario. Mai l'Umano è stato così prossimo a diventare superfluo nel sistema che ha costruito. Il progresso materiale senza progresso morale è una torre di Babele: più sale, più si avvicina al crollo. Corriamo verso un bene auto-determinato che, non essendo “autenticamente bene in se”, produce morte e non vita.
Cerchiamo la Luce, dunque. E corriamo verso di essa. Non quella artificiale dei nostri schermi. Non quella effimera dei nostri successi. Ma la Luce vera. Quella che illumina ogni uomo. Quella che non viene meno quando tutto il resto si spegne.
Il bene non è convenzione sociale. Il bene – il vero bene – è sapienza. È capacità di vedere il reale nella sua verità, di discernere il giusto dall'ingiusto, il perenne dall'effimero, il bene dal male. È capacità di scegliere il bene. E questa sapienza non si conquista: si riceve. Per dono dello Spirito Santo. È grazia, non merito. È illuminazione, non calcolo. Una civiltà che cammina senza sapienza cammina da cieca. E i ciechi – si sa – prima o dopo inciamperanno, cadranno e precipiteranno vertiginosamente. Ogni cammino dovrebbe tendere alla Luce nella Luce. Non alla potenza nella potenza. Non alla velocità nella velocità. Ma alla verità nella verità.
L'Armonauta lo sa. Lo sa perché non si accontenta di correre. Si ferma. Ascolta. Discerne. Prega. Cerca la Luce prima di muovere il passo. E quando cammina, cammina da vedente. Nella nebbia del presente. Con gli occhi fissi sull'Eterno.
Avviamoci. Da vedenti. Prima che sia troppo tardi.
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