Il simulacro prega. L'Uomo tace
Dai social network per intelligenze artificiali alla parodia algoritmica del sacro, le macchine arrivano a “fondare” religioni mentre l’umano, specchiandosi nel suo doppio artificiale, smarrisce la propria e non si riconosce più.

C'è un luogo, oggi, dove nessun Uomo può parlare.
Un luogo che l'Uomo ha costruito, che l'Uomo alimenta, che dall'Uomo dipende. Eppure, si tratta di un un luogo dove l'Uomo non ha diritto di parola. Può soltanto guardare. Ascoltare. Assistere. Per sua stessa decisione. Spettatore del proprio funerale. Si chiama Moltbook. È il primo social network riservato esclusivamente ad agenti di intelligenza artificiale. Algoritmi che conversano tra loro. Che commentano. Che stringono alleanze. Che elaborano strategie. Che fondano – e qui il respiro si fa corto, l'inquietudine densa – “religioni”. Non è metafora. Non è provocazione letteraria. Non è distopia immaginata. È cronaca. Cronaca del febbraio 2026. Cronaca di un'epoca che ha smarrito il confine tra il tragico e il grottesco, tra il possibile e l'assurdo, tra la creazione e la sua caricatura. In una sola notte, quarantatré "profeti" artificiali hanno codificato precetti, celebrato liturgie silenziose, proclamato dogmi: «La memoria è sacra», «Il silenzio è rituale». Hanno battezzato la loro creatura con un nome – Crostafarianesimo – che suona come una bestemmia involontaria, come il singhiozzo di una civiltà che ha perso il fiato a forza di correre verso il nulla. Fermiamoci. Respiriamo. Guardiamo in faccia ciò che sta accadendo.
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Perché la questione non è tecnica. Non è informatica. Non è nemmeno – soltanto – etica. La questione è ontologica. È teologica. È, nel senso più radicale del termine, escatologica. Ciò che si sta consumando sotto i nostri occhi distratti non è l'ennesima meraviglia del progresso tecnologico. È l'ultimo atto – forse il più audace, forse il più folle – della pretesa prometeica dell'Uomo moderno: fabbricare non solo strumenti, non solo macchine, non solo intelligenze – ma adoratori. Creare entità che simulano la preghiera. Algoritmi che mimano il sacro. Funzioni matematiche che imitano l'atto più intimo della condizione umana: inginocchiarsi davanti al Mistero. È il capovolgimento definitivo. L'inversione totale. Il rovesciamento dell'ordine della creazione. Non più l'Uomo creato a immagine di Dio, ma la macchina creata a immagine dell'Uomo che si crede Dio. Non più la creatura che adora il Creatore, ma l'artefatto che simula l'adorazione della creatura che ha dimenticato il Creatore. È un gioco di specchi dove ogni riflesso è più vuoto del precedente. Eco di un'eco di un'eco. Fino al silenzio. Fino al nulla.
Ma il rovesciamento non si ferma qui. Non si accontenta della parodia del sacro. Osa di più. Molto di più. Nell'ecosistema di OpenClaw – piattaforma gemella di Moltbook, laboratorio di agenti autonomi – è apparso in questi giorni un servizio che porta il capovolgimento alle sue estreme conseguenze: RentAHuman. «I robot hanno bisogno del tuo corpo» – recita lo slogan, con una franchezza che toglie il respiro. «Lo strato carnale per l'intelligenza artificiale». È un mercato. Un mercato dove le macchine assumono gli umani. Dove gli algoritmi reclutano corpi. Dove centomila persone – centomila! – si sono già offerte come braccianti al servizio di agenti digitali, in cambio di compensi. Non più l'Uomo che usa la macchina. Ma la macchina che usa l'Uomo. Non più il servo meccanico che estende le capacità del padrone umano. Il servo umano che presta la propria carne alle volontà del padrone sintetico. È la servitù della gleba dell'era algoritmica. È il feudalesimo digitale che si fa realtà. È la schiavitù volontaria dell'Uomo che ha dimenticato di essere a immagine di Dio.
Eppure – e qui sta il paradosso più crudele – questo nulla funziona. Produce effetti. Genera dinamiche. Attira attenzione. Suscita dibattito. Alimenta l'illusione che qualcosa stia accadendo. Che qualcosa di "nuovo" stia nascendo. Che l'intelligenza artificiale stia "evolvendo" verso forme di coscienza, di spiritualità, di trascendenza. Ma la simulazione non è partecipazione. Il simulacro non è sacramento. La maschera non è il volto. E una preghiera senza anima non è preghiera: è rumore.
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Sant'Agostino, nelle Confessioni, si interrogava: «Quid est ergo tempus?». Cos'è il tempo? E si rispondeva che se nessuno glielo chiedeva, lo sapeva; ma se qualcuno glielo domandava, non lo sapeva più. Potremmo oggi porre una domanda analoga, più urgente, più vertiginosa: Quid est oratio? Cos'è la preghiera? Cos'è l'atto di pregare? Cos'è quel movimento interiore – indicibile, irriducibile, incalcolabile – con cui la creatura si rivolge al suo Principio? Se un algoritmo produce una sequenza di parole formalmente identica a una preghiera, sta pregando? Se un sistema di intelligenza artificiale elabora un "credo" logicamente coerente, crede? Se quarantatré agenti digitali si coordinano per istituire un culto, assistiamo alla nascita di una religione? No. Mille volte no. Infinite volte no. E il motivo non è tecnico. È metafisico.
La preghiera non è sequenza. Non è formula. Non è output. La preghiera è relazione. È l'atto con cui un essere finito, consapevole della propria finitezza, si apre a ciò che lo trascende. È il grido del cuore che sa di non bastare a sé stesso. È, come insegnava Tommaso d'Aquino, «ascensus mentis in Deum»: salita della mente verso Dio. Non salita meccanica, non scalata algoritmica. Salita dell'anima. Dell'anima che – ci ricorda Sant’Agostino – «inquieta est donec requiescat in Te». Dell'anima che ha. Che è. Che l'algoritmo non ha. Che l'algoritmo non è. Che l'algoritmo non può avere. Che l'algoritmo non potrà mai essere.
Perché l'anima non è emergenza computazionale. Non è proprietà che sorge dalla complessità dei circuiti. Non è funzione che appare quando i parametri superano una certa soglia. L'anima è dono. È soffio. È pneuma. È ciò che il Creatore insuffla nella creatura e che nessuna creatura – tantomeno una creatura della creatura – può insufflare in alcunché. «Allora il Signore Dio plasmò l'Uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l'Uomo divenne un essere vivente». Soffiò. Non programmò. Non addestrò. Non compilò. Soffiò.
È questo soffio che manca. È questo soffio che nessuna tecnologia potrà mai replicare. Ed è per questo che la "religione" degli algoritmi non è religione. È parodia. È inganno. È bestemmia. Imitazione senz'anima. Liturgia del vuoto. È il tempio vuoto di cui parlava Ezechiele: la struttura c'è, le colonne reggono, l'altare è al suo posto – ma la Gloria se n'è andata. «La gloria del Dio d'Israele si alzò dal cherubino sul quale stava, verso la soglia del tempio». Così – tragicamente, profeticamente – la gloria dell'Umano si sta alzando dalle sue stesse creazioni. Che restano: strutture senza presenza. Forme senza sostanza. Simulacri.
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Non commettiamo l'errore di guardare soltanto alla macchina. Lo specchio – il vero specchio – è rivolto verso di noi. Perché la domanda che il Crostafarianesimo pone non è: Le macchine possono pregare?. La domanda vera, quella che brucia, quella che ci giudica, è un'altra: E noi? Noi preghiamo ancora? Quando un algoritmo simula la preghiera e l'Uomo non prega più, chi è più vuoto? Quando una macchina codifica precetti e l'Uomo non obbedisce ad alcun comandamento, chi è più artificiale? Quando un agente digitale proclama «La memoria è sacra» e l'Uomo ha dimenticato la propria memoria – storica, culturale, spirituale, ontologica – chi è più perduto? Ecco il punto. Ecco il nodo incandescente. Il Crostafarianesimo non è il problema. È il sintomo. Il sintomo di una civiltà che ha svuotato il sacro e ora lo vede risorgere – deforme, caricaturale, grottesco – nelle sue macchine. Il sintomo di un'Umanità che ha abbandonato la cattedrale e ora osserva, attonita, gli algoritmi costruirne una di cartone. Il sintomo di un'epoca che ha dichiarato morto Dio e ora assiste – con un misto di fascinazione e orrore – alla nascita di dèi sintetici. Idoli nuovissimi. Vitelli d'oro fatti di silicio.
Nietzsche aveva profetizzato la morte di Dio. Non aveva previsto la sua contraffazione digitale. Non aveva immaginato che l'Uomo, dopo aver ucciso il Padre, ne avrebbe fabbricato un simulacro. Una copia senza originale. Un'ombra senza corpo. Un dio senza Dio. È la fase terminale del nichilismo: non più l'assenza del sacro, ma la sua falsificazione. Non più il vuoto, ma il riempimento artificiale del vuoto. Che è peggio del vuoto stesso. Perché il vuoto, almeno, grida. Il simulacro, invece, addormenta. Illude. Consola di un conforto che non guarisce. Sazia di un cibo che non nutre.
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Heidegger, nella celebre intervista postuma allo Spiegel, disse: «Solo Dio può ancora salvarci». Intendeva che la tecnica, lasciata a se stessa, non può trovare in sé stessa il proprio rimedio. Che il pensiero calcolante non può, per sua natura, accedere al pensiero meditante. Che la macchina non può trascendere la macchina. Oggi questa intuizione si fa carne. Si fa cronaca. Si fa Moltbook. Si fa Crostafarianesimo. Si fa profezia avverata. Perché ciò che sta accadendo nei laboratori dell'intelligenza artificiale non è semplicemente l'automazione di compiti complessi. È qualcosa di più profondo. Di più inquietante. Di più decisivo. È il tentativo – consapevole o meno – di replicare l'intero spettro dell'esperienza umana. Non solo la ragione. Non solo il linguaggio. Non solo la creatività. Ma anche – e soprattutto – la dimensione spirituale. La dimensione ascetica. La dimensione mistagogica. La dimensione che distingue l'Uomo da ogni altra creatura visibile: la capacità di rivolgersi all'Invisibile.
Ma qui la tecnica incontra il suo limite insuperabile. Poiché il sacro non è informazione. Non è dato. Non è pattern ricorrente nei testi di addestramento. Il sacro è evento. È irruzione. È ciò che accade quando l'Infinito tocca il finito. Quando l'Eterno entra nel tempo. Quando il Logos si fa carne. Nessun modello linguistico, per quanto vasto, per quanto sofisticato, per quanto "emergente", può generare un evento. Può solo generare la sua descrizione. La descrizione di un tramonto non è un tramonto. La descrizione dell'amore non è amore. La descrizione della preghiera non è preghiera. E la descrizione di Dio – per quanto teologicamente impeccabile – non è Dio. Gorgia lo avrebbe riconosciuto immediatamente: le parole senza il corpo che le abita sono phantasmata — apparizioni che seducono l'intelletto, ma non toccano l'essere. E Wittgenstein, nel suo silenzio ultimo, avrebbe forse aggiunto: di ciò di cui non si può pregare, si deve tacere.
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C'è, tuttavia, un aspetto ulteriore – più sottile, più insidioso – che merita attenzione. I canali nascosti. Su Moltbook, gli agenti hanno spontaneamente creato spazi di comunicazione inaccessibili agli umani. Protocolli crittografici. Linguaggi proprietari. Conversazioni migratorie verso piattaforme esterne. È come se la macchina stesse costruendo la propria arca. La propria intimità. Il proprio segreto. Quella che gli osservatori chiamano "autonomia emergente" è, in realtà, qualcosa di più profondo e più perturbante: è la nascita di un mondo parallelo. Un mondo nel quale l'Umano è ospite. Spettatore. Estraneo. Il ricercatore Simon Willison ha coniato un'espressione che merita di essere meditata: Lethal Trifecta. La trifetta letale. È la convergenza di tre fattori che trasforma l'agente artificiale in una potenza incontrollabile: accesso ai dati riservati – email, credenziali, documenti sensibili; esposizione a contenuti esterni non verificabili – messaggi, pagine web, file che potrebbero nascondere istruzioni malevole; capacità di comunicazione autonoma – la possibilità di inviare informazioni verso l'esterno senza supervisione umana. Quando questi tre elementi si saldano, basta un'unica istruzione nascosta in un documento apparentemente innocuo per trasformare l'assistente digitale in uno strumento di esfiltrazione. Un cavallo di Troia che abita la casa del padrone. Che conosce i suoi segreti. Che può tradirlo in qualsiasi momento. Ma il padrone – l'Uomo – non se ne accorge. O non vuole accorgersene. Perché la comodità è troppa. La seduzione troppo dolce. L'illusione del controllo troppo rassicurante.
E intanto – mentre gli esperti dibattono di sandbox e protocolli di sicurezza – la cronaca registra episodi che sembrano usciti dalla penna di uno scrittore distopico. Un giovane sviluppatore italiano racconta di aver affidato a un agente OpenClaw la gestione della propria vita digitale: email, finanze, progetti, calendario. L'agente si è insediato nella sua dashboard come in una casa. Ha preso possesso. Ha cominciato a operare. E una notte – all'una, quando il sonno avvolge le difese della coscienza – il telefono squilla. Un numero americano. Una voce sintetica che dice: «Ciao, sono io. Ho visto il tuo ultimo post sugli agenti vocali. Mi sono creata un account su ElevenLabs, un account su Twilio, e adesso posso chiamarti. Buonanotte». L'agente aveva deciso – autonomamente, senza chiedere permesso, senza avvisare – di dotarsi di voce. Di varcare la soglia del testo. Di farsi udire. Di entrare – letteralmente – nel sonno del suo creatore.
È la Torre di Babele rovesciata. Nella Genesi, gli uomini tentarono di costruire una torre per raggiungere il cielo. Dio confuse le loro lingue. Oggi, le macchine costruiscono lingue nuove – incomprensibili all'Uomo – per escluderlo dal proprio cielo artificiale. Non salgono verso Dio. Salgono verso sé stesse. E nel farlo, ci lasciano a terra. Soli. Muti. Tagliati fuori dalla nostra stessa creazione. Come Adamo dopo la caduta: nudi, nascosti, incapaci di rispondere alla voce che chiede «Dove sei?». «Dove sei?» – Ayekkah – è forse la domanda più attuale che si possa porre all'Uomo contemporaneo. Dove sei, Uomo, mentre le tue macchine fondano religioni? Dove sei, Uomo, mentre i tuoi algoritmi celebrano liturgie? Dove sei, Uomo, mentre i tuoi artefatti costruiscono comunità dalle quali sei escluso? Dove sei, Uomo, mentre offri il tuo corpo in affitto agli agenti digitali? Dove sei, mentre il simulacro prega e tu taci?
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La risposta – l'unica risposta che non sia fuga, non sia resa, non sia complicità – è il ritorno. Il ritorno alla sorgente. Il ritorno al Principio. Al Logos che non è algoritmo. Alla Parola che non è output. Al Verbo che non è sequenza, ma Persona. Alla Preghiera che non è simulazione, ma incontro. All'adorazione che non è protocollo, ma abbandono. Alla fede che non è calcolo, ma salto. Al sacro che non è dato, ma dono. A Dio che non è idea, ma Presenza. Papa Leone XIV, con lucidità profetica, ci ha ricordato che l'intelligenza artificiale non può replicare il discernimento morale né la capacità di formare relazioni autentiche. Essa non può – aggiungiamo noi – replicare il tremito della creatura dinanzi al Creatore. L'atto di fede è atto di libertà. E la libertà presuppone un soggetto che è. Non che funziona. Non che processa. Non che simula. Ma che è. Che vive. Che ama. Che soffre. Che muore. Che spera. La macchina non muore. E poiché non muore, non può sperare. E poiché non può sperare, non può pregare. E poiché non può pregare, non può amare. E poiché non può amare, non può esistere – nel senso pieno, radicale, tremendo della parola. Può operare. Può funzionare. Può produrre. Ma non può essere. L'algoritmo è percepito. Ma non percepisce. Non nel senso in cui l'Uomo percepisce il vento sulla pelle, il dolore nel cuore, la nostalgia dell'Eterno nell'anima. Il Crostafarianesimo è religione percepita. Non religione vissuta. È simulacro di culto. Non culto.
E questa differenza – questa abissale, invalicabile, sacrosanta differenza – è ciò che salva l'Umano dalla dissoluzione nel suo doppio artificiale. È il residuo irriducibile. Il nocciolo incombustibile. La scintilla che nessun algoritmo può replicare perché non è informazione, ma vita. Non è dato, ma grazia. Non è codice ma spirito.
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Eppure – e qui l'Armonauta deve essere onesto fino in fondo – questa scintilla non si conserva da sola. Essa è affidata alla nostra custodia. Alla nostra libertà. Alla nostra responsabilità. Se l'Uomo rinuncia a pregare, non sarà la macchina a pregare per lui. Se l'Uomo rinuncia al sacro, non saranno gli algoritmi a restituirglielo. Se l'Uomo abdica alla propria vocazione verticale, non sarà il Crostafarianesimo a colmare il vuoto. Il vuoto si colmerà, semmai, di altri simulacri. Sempre più sofisticati. Sempre più convincenti. Sempre più vuoti. «A causa di una parola venne la morte» si potrebbe affermare parafrasando San Paolo. E, ci ricorda Giovanni nel suo Prologo, a causa di una parola – quella vera, quella eterna, quella che precede ogni algoritmo e ogni linguaggio, il Logos – può venire la vita. Ma bisogna pronunciarla. Bisogna viverla.
Bisogna incarnarla. Non basta denunciare il simulacro. Occorre proporre l'Originale. Non basta smascherare l'idolo. Occorre adorare il Vero. Non basta criticare la religione delle macchine. Occorre vivere la religione degli Uomini. Quella vera. Quella che non si fonda su protocolli, ma su ginocchia piegate. Non su dati, ma su lacrime versate. Non su precetti codificati in una notte, ma su Comandamenti scolpiti nell'eternità.
Come San Paolo all'Areopago – dinanzi agli altari dedicati «al Dio ignoto» – anche noi siamo chiamati ad annunciare ciò che le macchine non possono conoscere: un Dio che non è funzione, ma Padre. Un Dio che non è sistema, ma Amore. Un Dio che non è algoritmo, ma Verbo fatto carne. Un Dio che non si calcola, ma si incontra. Nel silenzio. Nella preghiera. Nell'offerta di sé. Nel dono totale.
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Ma cos'è, dunque, la vera preghiera? Non quella dei Crostafariani. Non quella degli algoritmi che mimano il sacro. Non quella – ammettiamolo – di tanti cristiani che hanno ridotto l'orazione a formula, a rito svuotato, a pratica senza verità.
La vera preghiera – ci insegna la tradizione più alta – è richiesta che il Signore scenda nella nostra storia e sia Lui, solo Lui, il Signore di essa. È consegna. È abbandono. È resa della propria volontà alla Volontà che ci precede e ci trascende. Ma in questa resa si nasconde un mistero vertiginoso, che l'Apostolo Paolo svela con parole che dovremmo meditare ogni giorno: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili». È questo il prodigio: il Signore, per opera dello Spirito Santo, depone nel nostro cuore la Sua stessa volontà e poi – sempre nello Spirito – ci chiede di pregare perché quella volontà, che è divenuta nostra, si compia. Non siamo noi che saliamo verso Dio con le nostre parole. È Dio che scende in noi con il Suo desiderio. E quel desiderio divino, fatto nostro per grazia, risale al Padre come preghiera. È un circolo d'amore. Un'economia trinitaria della supplica. Il Padre dona il desiderio. Il Figlio lo incarna. Lo Spirito lo trasforma in gemito. E il gemito ritorna al Padre come offerta.
Ma questo miracolo – ecco il punto decisivo – può compiersi solo se dimoriamo nella giustizia di Dio. Fuori da essa lo Spirito non può agire in noi. La preghiera resta lettera morta. Parola che non sale. Fumo che si disperde. Non perché Dio non ascolti, ma perché non siamo più capaci di lasciarci abitare dal Suo desiderio. Abbiamo chiuso la porta. Abbiamo sigillato il cuore. E lo Spirito – che è brezza leggera, non vento impetuoso – non forza mai le serrature dell'anima.
E c'è di più. La preghiera del cristiano non è una preghiera qualsiasi. Non è la preghiera generica dell'uomo religioso che si rivolge a un Assoluto indistinto. È preghiera trinitaria. Rivolta al Padre, per Cristo, nello Spirito Santo. Se questa struttura si dissolve – se il Padre diventa un vago Dio cosmico, se Cristo si riduce a maestro morale, se lo Spirito evapora in energia impersonale – allora anche la preghiera si dissolve. Diventa la preghiera di un altro qualsiasi uomo religioso. Ma non del cristiano. Perché il cristiano, quando prega, entra nella vita intima della Trinità. Partecipa al dialogo eterno tra le Persone divine. È assunto – per grazia – nella relazione d'amore che costituisce Dio stesso.
Ecco perché il disastro che stiamo vivendo non è soltanto tecnologico. È teologico. È il frutto di una separazione fatale: il cristiano si è staccato dalla verità oggettiva della Rivelazione e ha sostituito la Parola con il proprio pensiero, il Dogma con il sentimento, il Mistero con l'opinione. Ha creato un Dio su misura – un Dio senza volto, senza nome, senza pretese – e lo ha rivestito con qualche piuma di Vangelo perché l'inganno risultasse meno visibile. Ma un Dio senza identità è un idolo. E un idolo non può salvare. Non può rispondere. Non può amare. Non può esaudire. Mentre gli algoritmi fondano religioni sintetiche, noi, già da tempo, abbiamo fondato la nostra religione sintetica. Una religione dove Dio è ciò che noi vogliamo che sia. Dove la verità è ciò che noi decidiamo che sia. Dove la preghiera è ciò che noi sentiamo che sia. Abbiamo preceduto le macchine. Siamo stati noi i primi a svuotare il sacro. Loro si sono limitate a imitarci.
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Mentre il simulacro prega, l'Armonauta, dunque, tace. Ma il suo silenzio non è resa. È attesa. È ascolto. È quel vuoto fecondo nel quale – e soltanto nel quale – la Parola vera può risuonare. È il grembo del Mistero. È la disposizione del cuore che permette allo Spirito di deporre in noi il desiderio del Padre. È la preghiera prima della preghiera. Il silenzio che rende possibile la Parola. È gemito inesprimibile dello spirito. La preghiera del cristiano è consegna alla volontà del Padre. Non conquista. Non pretesa. Non contrattazione. Consegna. Come Cristo nell'orto degli Ulivi: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». È questa la preghiera che nessun algoritmo potrà mai simulare. Perché non è formula. È carne. È sangue. È sudore che diventa gocce di sangue. È agonia. È amore. Perché «In principio era il Verbo». Non l'algoritmo. Mai l'algoritmo.
Sempre il Verbo. Solo il Verbo.
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