Sulle Olimpiadi e la vera Armonia
Dalle Olimpiadi di Milano-Cortina l'Italia ha donato al mondo un inno alla bellezza. Ma la bellezza che salva non è estetica: è obbedienza alla verità

Lo stadio di San Siro si è fatto palcoscenico. E con esso Milano, Cortina e l’Italia intera. Due miliardi di persone, nel mondo, hanno (meritatamente) applaudito. Settanta corpi del Teatro alla Scala, immoti come sculture risvegliate dal sonno dei secoli, hanno restituito il bacio sospeso di Amore e Psiche. Quel bacio che Canova scolpì nel marmo come chi intaglia un’emozione nella pietra. I Nodi vinciani dei bracieri all'Arco della Pace e in Piazza Dibona – intrecci geometrici di natura e ingegno, di finito e d’infinito – hanno custodito la fiamma come uno scrigno protegge un segreto. La Gazza ladra di Rossini, il Nabucco di Verdi, il Nessun Dorma di Puccini intonato dalla voce di Andrea Bocelli. Il Volare di Domenico Modugno e l’Inno Italiano di Goffredo Mameli (che in pochi sanno essere stato arrangiato da Ennio Morricone che per molto tempo ha coltivato, invano, il sogno di dargli una nuova veste). Il Rodari (ignorato) di Ghali. Tutto questo mentre la fiamma olimpica fendeva la notte milanese. Tutto ha parlato di Armonia. Il tema di questi Giochi Olimpici. L'Italia intera, nella cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, ha offerto al pianeta – con la grazia che le è propria – un'epifania della bellezza.
Eppure. C’è un eppure.
Perché, proprio qui, al limitare dello stupore – mentre osserviamo ammirati i 3500 atleti in gara, a circa 2700 anni dalle prime Olimpiadi e a 100 dalle prime invernali, con l’Italia salda al secondo posto del medagliere, a metà del cammino – si apre la domanda che nessuna coreografia e nessuna competizione può eludere: cos'è, davvero, l'Armonia?
La risposta della cerimonia olimpica è stata estetica. Magnificamente estetica. Perfettamente estetica. Stupendamente estetica. E la buona estetica, si sa, è già sintomo (ed espressione) di una bellezza ancora più profonda ed intima. Ma la vera Armonia è qualcosa di più grande. La vera Armonia non è ornamento. Non è composizione scenica. Non è equilibrio di luci e suoni. La vera Armonia è ontologica. È la struttura stessa dell'essere, quando l'essere obbedisce alla propria verità costitutiva. «Ubi veritas, ibi harmonia»: dove è la verità, lì è l'Armonia. Dunque, la vera Armonia è obbedienza alle leggi della vita. Il resto è simulacro.
Lo sapevano i pitagorici, che udivano nei rapporti numerici la musica delle sfere celesti. Lo intuiva Keplero, che nel Mysterium Cosmographicum cercava – e trovava – le proporzioni divine inscritte nelle orbite planetarie. Lo confermano le costanti fondamentali della fisica: la costante di struttura fine, il rapporto tra massa del protone e dell'elettrone, l'intensità della forza nucleare. Basterebbero variazioni infinitesimali perché l'universo non potesse produrre stelle, elementi pesanti, vita. È il principio antropico, che la cosmologia contemporanea enuncia con stupore crescente: l'universo sembra «calibrato» per la vita. Freeman Dyson osservò: «L'universo sapeva, in qualche modo, che noi stavamo arrivando». Non è caso. Non è accidente. È Armonia. È logos. È obbedienza delle cose alle leggi che le fanno essere.
In biologia, l'Armonia si manifesta nella spirale del DNA – elica che obbedisce a rapporti matematici precisi – e nella sezione aurea che governa la fillotassi delle foglie, la struttura delle conchiglie, la proporzione del corpo umano. In matematica, il teorema di Eulero compendia in una sola equazione le cinque costanti fondamentali, legate in un'Armonia che Poincaré definì «la più bella formula mai scritta». Nell’arte, ogni capolavoro autentico è atto di obbedienza. Così come in ogni altra disciplina. Il musicista obbedisce alle leggi dell’acustica; il marinaio a quelle dei venti e delle correnti; il pittore a quelle della luce e del colore; il contadino a quelle dell’alternarsi delle stagioni; l’ingegnere civile a quelle della statica; l’architetto a quelle dello spazio e della gravità; l’economista a quelle dei numeri e del benessere; il medico a quelle della fisiologia e del limite; l’artigiano a quelle della materia e delle sue fibre; l’astronauta a quelle orbitali e della meccanica celeste; l’atleta a quelle della disciplina, del sacrificio e della perfezione del gesto. Chi le viola non crea: distrugge. Palladio lo scrisse: «La bellezza risulterà dalla corrispondenza del tutto alle parti, delle parti fra loro e di quelle al tutto».
Se dunque nell'universo, nella natura, nell'arte, nella matematica, nella fisica, l'Armonia è invariabilmente obbedienza a un ordine che precede e trascende il soggetto, perché mai la morale – che è la scienza della vita buona – dovrebbe fare eccezione?
Qui si apre la ferita. Qui sanguina la contraddizione della modernità. Qui si manifesta la superbia contemporanea in tutta la sua arroganza e cecità. L'Uomo contemporaneo riconosce l'Armonia ovunque tranne che in se stesso. Accetta che un ponte debba obbedire alle leggi della statica, che un organismo debba obbedire alle leggi della biologia, che una sinfonia debba obbedire alle leggi del contrappunto. Ma rifiuta – con ostinazione diabolica – che la propria esistenza morale debba obbedire a una verità che lo precede, lo costituisce e lo trascende.
È il frutto terminale di un cammino iniziato con la superbia della ragione – quel «sapere aude» kantiano che, da legittima emancipazione intellettuale, è degenerato in rivolta ontologica. Da Cartesio in poi, il soggetto pensante si è fatto misura di tutte le cose. La ragione, da strumento di ricerca della verità, è divenuta creatrice di verità. Il relativismo ne è stato il primo figlio: non esiste una verità universale, esistono solo prospettive. Il nominalismo il secondo: i concetti non corrispondono a realtà, sono meri nomi, convenzioni linguistiche. Il nichilismo l'ultimo e definitivo: non esiste nulla oltre la volontà di potenza del soggetto. Da Ockham a Nietzsche, il percorso è tragicamente lineare. Il «Dio è morto» non è un grido di liberazione: è un certificato di bancarotta ontologica. L'Uomo che uccide la verità per non inginocchiarsi davanti a niente – come intuì Dostoevskij – finisce per inginocchiarsi davanti al nulla.
Questa ribellione alla verità costitutiva dell'Umano genera – inevitabilmente – disarmonia. Genera le guerre che insanguinano il pianeta: quasi cento focolai armati, oggi, nel mondo. Genera le diseguaglianze che il World Inequality Report documenta con fredda imparzialità: i livelli dell'imperialismo ottocentesco sono tornati. Genera la devastazione ambientale: la tecnosfera che ha superato la massa della biosfera. Genera la crisi demografica, la solitudine epidemica, la frantumazione dei legami, lo svuotamento del senso. Genera le distopie tecno-plutocratiche che prefigurano un futuro transumano per pochi eletti e un presente subumano per miliardi di esclusi. Genera, in definitiva, ciò che la Sacra Scrittura chiama con il suo nome proprio: morte. Perché la disarmonia è morte. È separazione dall'ordine vivente. È l'esatto contrario della vita.
Solo nella verità è l'Armonia. E solo nell'Armonia è la pace. E solo nella pace è la vita. La catena è inviolabile. Spezzarla in un punto qualsiasi significa spezzarla tutta.
Ma quale verità? La verità costitutiva dell'Umano. Quella verità che i Dieci Comandamenti enunciano come grammatica elementare dell'alleanza tra l'Uomo e il suo Principio. Quella verità che rivela l'Uomo come essere finito, relazionale, ricevuto, limitato. Non assoluto. Non autosufficiente. Non creatore di se stesso. Quando l'Uomo rimane nella sua costituzione – insegna la teologia fondamentale – egli è. Quando ne esce, cessa di essere. Non si realizza. Si avvia verso un processo di dissoluzione che infetta ogni dimensione del vivere: personale, familiare, sociale, politica, economica.
Ma il Decalogo, per quanto fondamento insuperabile, non è il vertice. È soglia, non vetta. È argine al disordine, non pienezza dell'ordine. È nel Discorso della Montagna, è nelle Beatitudini, che si trova l’approdo definitivo. La Legge dice: «Non uccidere». Le Beatitudini dicono: «Beati gli operatori di pace». La Legge prescrive il limite. Le Beatitudini dischiudono l'infinito. In esse Cristo non abolisce la Legge: la compie, la trasfigura, la eleva alla sua destinazione ultima. «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17). Le Beatitudini sono il perfezionamento della Legge Morale: la Legge che fiorisce, che raggiunge il suo télos. Se i Comandamenti custodiscono l'Uomo dal male, le Beatitudini lo introducono nel bene sommo. Se il Decalogo è la partitura, le Beatitudini sono la sinfonia. Beati i poveri in spirito: perché hanno compreso che tutto è dono. Beati i miti: perché hanno rinunciato alla violenza del possesso. Beati i puri di cuore: perché vedono Dio. Nelle Beatitudini si rivela l'Armonia perfetta: l'Uomo che non si limita a non trasgredire, ma che aderisce – con tutto se stesso – alla forma della vita divina. L'Uomo armonico.
E qui risplende – scandalosa e liberatrice – la verità che la modernità si ostina a ignorare: la bellezza che salva il mondo non è estetica. È pulchritudo Dei. È grazia che vivifica. È lo splendore della verità – il veritatis splendor – che si irradia dall'ordine divino delle cose e che solo l'obbedienza può far risplendere nella vita dell'Uomo. Quando Dostoevskij scrisse che «la bellezza salverà il mondo», non parlava (solo) della bellezza dei musei e dei teatri. Parlava di Cristo. Parlava della bellezza di una vita interamente donata. Parlava dell'Armonia suprema: quella del Verbo che si fa carne e abita tra noi, riconciliando in sé ogni dissonanza, ogni frattura, ogni ferita.
Tocca all'Uomo scegliere. Da sempre. Fin dal giardino dell'Eden. «Ti metto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30,19). L'albero della vita e l'albero della morte. L'acqua e il fuoco: «Stendi la tua mano verso quello che preferisci» (Sir 15,16-17). Non c'è terza via. Non c'è compromesso possibile. La scelta è radicale, totale, definitiva in ogni istante. Ogni istante è il momento della decisione.
La vera Armonia è questo. Questa scelta. Questa obbedienza. Questo «sì» pronunciato, con libertà, coraggio e decisione – pur nella fragilità e nei tanti limiti della condizione umana – alla verità che ci precede, ci costituisce e ci attende.
Il resto è retorica. Il resto è illusione. Il resto è inganno. Il resto è idolatria dell'effimero.
Anche la più sublime delle cerimonie olimpiche – se non conduce a questa soglia – resta spettacolo che si consuma nella notte che lo ospita. L'Armonia vera non si rappresenta: si vive. Non si esibisce: si incarna. Non si applaude: vi si obbedisce. Con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze.
L'Armonauta lo sa. E ogni giorno, nel silenzio della propria coscienza, rinnova la sua scelta. L'unica che conta. L'unica che salva. L'unica che fa dell'Uomo ciò che è chiamato a essere: creatura armonica, perché obbediente alla verità. Sempre. Dovunque. A costo della vita.
Affinché la vita – ogni vita – sia Armonia. Vera Armonia.
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