Troppo brava: la tragedia dell’architetta modernista
Beatrice Minger e Christoph Schaub - E-1027 - Eileen Gray e la casa sul mare Svizzera, 2024. 89 minuti
Nella sua natura ibrida, il genere film documentario è un azzardo, perché ottenere un equilibrio ben modulato tra la parte reale e quella di finzione è scommessa difficile da vincere in pieno. I materiali documentari su Eileen Gray, architetta irlandese poi a tutti gli effetti divenuta “parigina”, occupano parte decisiva di un film/ritratto che in ragione dei molti stili di racconto usati perde di compattezza e di smalto nella tenuta narrativa. Pioniera del modernismo, tra il 1926 e il 1929 Eileen Gray ideò e costruì una villa magnifica in Costa Azzurra, cui dette il nome emblematico di “E-1027”, un acronimo complesso e fitto di rimandi sentimentali. L’impeto di far nascere quella stupenda dimora glielo aveva dato l’incontro con Jean Badovici, rumeno incontrato a Parigi da subito suo grande estimatore, giornalista e anch’egli architetto, se pur molto meno geniale.
Frustrato, anzi, presto indebolito da una depressione che si conta tra le cause del precoce declino del sodalizio tra i due. Ignara di ogni crisi, la casa intanto era lì, costruita sulle rocce come una gemma di novità e di emozioni, luminosa e inedita, una creazione splendidamente affacciata sul mare cristallino, geometrica ma anche poetica, protettiva e misteriosa come solo può esserlo una casa se pensata come involucro dell’anima. Un luogo a tal punto pieno di genius loci da suscitare le invidie di Le Corbusier, a loro volta cause scatenanti di varie forme di manipolazione e emulazione. La vicenda, appassionante, ha ispirato ai registi Beatrice Minger e Christoph Schaub un lavoro però alterno nei risultati. Molto interessante e sfaccettata la figura della protagonista (perfettamente colta da Natalie Radmall-Quirke), la sua necessità artistica di dare allo stile architettonico della villa un tocco di profonda risonanza emotiva, il suo amore incondizionato per il lavoro, il rigore e l’orgoglio con cui saprà difendersi dall’ingerenza (anche maschilista) di Le Corbusier così come dalla fragilità, quella anche aggressiva, del sodale Badovici. E tuttavia, i chiaroscuri della storia della casa e di tutto quanto di rilevante vi accade dentro e intorno si sbiadiscono nella troppa “finzionalità”.
Un eccesso di sceneggiatura annacqua la vicenda, benissimo evocata da immagini di repertorio (anche del Congresso di Architettura tenutosi nel 1933 sul piroscafo Patris II su iniziativa di Le Corbusier). La parte più convincente riguarda i sentimenti di Gray verso la sua dimora/creatura. Un film che dice cosa sia l’amore per un luogo, e che sa farlo con tocchi di poesia. Perché le case assorbono quel che dentro vi succede, ma anche dicono tanto dello spirito di chi le incontra o addirittura le costruisce. Peccato che attorno a questa dichiarazione d’amore verso l’abitare, il film si frammenti in strade laterali.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






