Le domande sul nazismo negli occhi veri di un ragazzino
Fatih Akin - L’isola dei ricordi - Germania 2026. 93 minuti

Nello sguardo dei bambini la vita adulta scorre, trova specchio o ingiustamente, anche, sfogo. Se le colpe dei padri non ricadono sui figli, può accadere però che quelle colpe vi si riverberino, come possono riflessi bui su iridi ipersensibili. Lo raccontò supremamente De Sica, in diversa forma lo narra il regista turco-tedesco Fatih Akin in un film di grande poesia e asciutta bellezza. Un film la cui idea e sceneggiatura sono state ricevute “in regalo” dal regista Hark Bohm, impossibilitato a realizzarle, ma che Akin sa far proprie con timbro personalissimo di artista.
È il 1945, Hitler sta per venire ucciso. La moglie di un gerarca vive con i figli piccoli nell’esilio dorato dell’isola tedesca di Amrum. Il suo primogenito, Nanning, un ragazzino di dodici anni ma che nello spirito pare averne molti di più tante sono le responsabilità di cui è gravato, osserva tutto, sempre in azione.
Aiuta la madre, e non solo: lavora per contadine, pescatori, altri abitanti dell’isola. Va a scuola, e quando può trascorre il tempo libero con un amico la cui famiglia ha tutt’altra veduta politica. Attento, sensibilissimo, disorientato, guarda e registra ogni cosa. Capta. Coglie fatti minimi e reazioni che non comprende, ma che sente la responsabilità di interpretare. Nei suoi occhi azzurrissimi si riflettono i comportamenti dei grandi, sfilano fotografie di famiglia che raccontano amori, perdite, segreti. Se fa domande, riceve risposte evasive, silenzi.
Ma lui si ostina a voler vedere. Preoccupato segue la madre, vicina al parto, esausta e rigida, quasi disumana quando si tratta di difendere la causa nazista. Pur di aiutarla, sfinita e incomprensibile come gli appare, il ragazzino si avventura in sfide, pericoli, guai. L’umanità continua a imprimersi nell’azzurro
intenso dei suoi occhi. Lo zio nazista, devastato dal precipitare degli eventi. Braccianti oppositori del Reich che rischiano il tribunale speciale. Famiglie di polacchi appena sbarcate sull’isola, gli sguardi pieni di fame di ragazzini coetanei, senza terra, senza casa, senza cibo. Nanning guarda, guarda, e soffre; cerca un varco che scalfisca quella barriera di sentimenti violenti, dolori senza riscatto, ferite profonde della guerra marchiate sui volti di vittime gettate sul bagnasciuga.
Non parla, piange pochissimo. Solo, implacabile, guarda. Vuole aiutare, proteggere. La madre e i suoi misteri anzitutto, ma anche il mondo intorno. Spaccare la coltre di non detti che pesa su questo angolo di mondo appartato ma non indenne ai traumi della Storia. L’isola magnifica lo sostiene. Se anche irta di pericoli, la natura gli è compagna. Cieli di bellezza mozzafiato, vento che spettina i campi. Animali capaci di amarsi come gli umani non sanno più fare. La vita come tragedia e come poesia continua a scorrere, intensa come questa storia indimenticabile.
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