La febbrile libertà della Nouvelle Vague
Richard Linklater - Nouvelle Vague - Francia 2025. 105 minuti

È stata una valanga, la Nouvelle Vague: un’onda di libertà espressiva che spezzando ogni precedente regola ha dato immagine e forma a capolavori. Fino all’ultimo respiro è il film di Jean-Luc Godard scelto per riassumere tutta la portata rivoluzionaria di questa stagione tanto felice e liberatoria della storia del cinema. Il regista Richard Linklater ripercorre la genesi del film, ne ricostruisce le riprese, rese animate tanto quanto tormentate dal difficile demone di Godard. Dà volti contemporanei a Jean Paul Belmondo e a Jean Seberg, meravigliosi protagonisti di una delle più libere e spericolate delle storie d’amore sino a quel momento trasposte su pellicola. Così come trova volti anche per Godard, François Truffaut, Claude Chabrol, Agnès Varda, Bresson, altri grandi figure di questo tempo tanto prolifico e speciale (in tre anni, centosessanta furono i film d’esordio prodotti sotto la fortunata egida della Nouvelle Vague).
La scelta di questo casting “a posteriori” è l’elemento più fragile del film, perché l’idea di un “remake” non di un film, ma dell’atmosfera di una regia e di un set ricostruiti, idea di per sé ambiziosa e facilmente passibile di travisamenti, in questi volti solo somiglianti ai veri, in questi grandi registi e attori riproposti con facce del presente costituisce una diversione poco convincente dal punto di vista sia estetico che psicologico. Per il resto, l’atmosfera febbrile di libertà è resa con verosimiglianza, le battute messe in bocca a Godard bene riassumono il suo estro nevrotico quanto geniale, sono divertenti i suoi litigi con il produttore, appassionanti i rapporti intimi ma conflittuali tra Godard e i suoi due attori, francese lui, americana lei, entrambi a disagio tanto quanto divertiti dal ritmo anarchico di lavorazione imposto dal loro regista. Ma a parte la azzeccatissima Zoey Deutch a impersonare l’attrice Jean Seberg, il resto sa di fasullo, di forzato, per via di un’ansia di “riproduzione” che grava su tutto il film ottenendo un risultato eccessivamente “patinato” (patina è anche quella procurata da una cosmesi troppo marcata).
La commedia scorre altrimenti lieve e su un tono felice, la Parigi fine anni cinquanta pur se nel bianco e nero brilla, l’atmosfera di solidarietà e collaborazione fa rimpiangere di più ancora quel tempo di prolifica vita per il cinema. E la libertà di Godard, il suo caparbio attenersi alla disciplina dell’istante, dell’inatteso, della grande potenza artistica che scaturisce dal non avere aspettative, né schemi prestabiliti, né sceneggiature già confezionate e già scritte, è lezione sempre viva, più che mai moderna, ben più stimolante e ariosa di tante estetiche contemporanee. Lo smarrimento dei suoi attori, lo sconcerto dei produttori, l’allegria di comparse e passanti nel veder girare quel film così anomalo, romantico, dissacratorio e rivoluzionario, si trasmette, contagiosa, a comporre un ricordo nostalgico ma esaltante di un’epoca lontana eppure sempre vicina al cuore, dei cinefili e non solo.
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