“Norimberga”, storia e cinema dissezionano male e realtà

James Vanderbilt - Norimberga - Stati Uniti - 2025 - 148 minuti
January 1, 2026
Addentrarsi tra le pieghe del male è dissezionarlo, smembrarne il contenuto per attribuirgli, dove esiste, un senso. Se il male si fa abisso, come quello che si spalancò agli occhi del mondo con la scoperta dei campi di sterminio e dell’azione nazista nella sua abominevole totalità, quel dissezionamento si impone, necessario. Scegliere di raccontare gli antefatti del processo di Norimberga è ribadire la centralità dei tribunali internazionali, e intendere il dramma di ogni guerra come fatto globale.
Il richiamo alla contemporaneità è evidente: «Tutte le guerre moderne diventano mondiali», dice il giudice Jackson, convintissimo fautore del tribunale poi allestito tra le rovine di una Norimberga bombardata. Il limite dell’ambizioso film di Vanderbilt, indubbiamente ben fatto, sta nella baldanza di certo arbitrio storiografico, e nell’angolatura che il regista ha privilegiato per raccontare. L’ispirazione arriva da un romanzo incentrato sul rapporto tra Hermann Göring e uno psichiatra militare, assoldato dalla Corte di giustizia americana per valutare le condizioni mentali dei nazisti incriminati.
Rapporto narrato immaginando una sorta di reciproca esaltazione ai limiti della simbiosi. Impersonato da due grandi attori, Rami Malek lo psichiatra travolto dalla propria “missione”, e più ancora Göring nella riuscitissima interpretazione di Russel Crowe, lo scambio, restituito in termini troppo intimi, allontana dalla crudele realtà del contesto (sfalsato e sfalsante il rapporto del terapeuta con moglie e figlia del nazista che fu braccio destro di Hitler). Le visite dello psichiatra al criminale nazista e le conversazioni in carcere si colorano di una particolare umanità per cui i due quasi si rispecchiano l’un nell’altro. Con uno scarto da tortuosi e innecessari psicologismi, ecco però imporsi sullo schermo quella che la
filosofa Hannah Arendt (parlando di un altro nazista, Eichmann) definì “banalità del male”. Nel viso bolso e nello sguardo impenetrabile di Crowe si dipana la personalità del “Reichsmarshall” Göring, abominevole anche nel semplice gesto di inforcare occhiali scuri quando durante il processo i filmati di Mathausen e Bergen Belsen vengono mostrati per la prima volta, sconvolgendo gli astanti (e il mondo intero). Più che cedere alla trappola spettacolare del “docudrama”, sarebbe stato utile mostrare il contraccolpo davanti al fatto enorme che il processo di Norimberga rappresenta. Lo si intravede sui volti dei pochi giornalisti e cittadini ammessi a seguire il processo, attoniti, sgomenti. Noi, ancora e sempre sgomenti ottant’anni dopo, di quel frangente ancora e sempre vorremmo sapere di più, senza scorciatoie di sorta. Anche e di più nella finzione cinematografica la verità può risaltare, senza fughe verso lirismi o derive psichiche supposte.

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