La vita precaria della creatività, peccato contemporaneo

Valérie Donzelli - La mattina scrivo - Francia 92 minuti
March 11, 2026
La vita precaria della creatività, peccato contemporaneo
Ci sono film che con l’operare denunce sociali centrano già per questo il bersaglio. Il cinema francese conta una serie di importanti pellicole sul tema del lavoro (quelle di Laurent Cantet, per esempio). Ora, ad affrontare stesso tema è Valérie Donzelli, autrice nota per le sue regie dalla cifra insieme lieve e riflessiva. Paul, il protagonista di La mattina scrivo, ha da poco passati i quarant’anni quando resta solo a Parigi, dopo che la ex moglie con i due figli già grandi si è trasferita a vivere in Canada. Di professione è scrittore, dopo essere stato fotografo; un cambiamento che è stato scelta temeraria, perché a seguito di un primo libro andato piuttosto bene, ora annaspa, il suo editore (per tramite di una grintosa direttrice editoriale) con eleganza tutta parigina sta per voltargli le spalle.
È allora che la vita cambia di nuovo: arriva un lavoro più che precario, e pessimamente remunerato, ma che quantomeno gli evita la miseria vera e propria. Attraverso un’applicazione per collaboratori occasionali, Paul diventa tuttofare “a richiesta”’: risponde a ogni chiamata, col risultato di essere di volta in volta muratore, giardiniere, tassista, sgombra cantine e altro, via via sino a sfinirsi di fatica e prostrarsi nel corpo – ma insieme, anche, sino ad acquisire un nuovo sguardo sulla vita e sulla propria scrittura. Un film ben raccontato, che affronta il tema della precarietà della vita creativa da adulti. Scegliendo l’esprimere se stessi come bene prezioso da custodire a qualunque costo, quest’uomo che molti direbbero “un perdente”, sceglie se stesso. In questo senso la trama suggerisce e tratteggia una sorta di apologo morale. Insinua una riflessione su cosa sia la libertà. Se “scrivere è tenere acceso un fuoco che tende a spegnersi”, il combustibile che può tornare ad accendere quello stesso fuoco sembrerebbe
sia soltanto il mettersi in gioco come esseri umani: anche rischiando di non esistere più, assediati dalla quasi totale indigenza. Mentre tra le sue innumerevoli attività occasionali Paul è alla guida di un taxi, gli succede di investire un cervo, e quell’animale diventa una sorta di bestia sacrificale, un simbolo di tutta la purezza che il mondo con i suoi soprusi offende e calpesta. Raccontata senza orpelli, la vicenda amara punta il dito su una deriva tutta contemporanea – la disoccupazione di creativi e intellettuali –, e lo fa con grazia. Impersonato da Bastien Bouillon, Paul resta in mente: icona di un tempo caotico e aspro come il nostro, dove tra le maglie fitte del capitalismo la plaga della povertà trova baratri per insediarsi e colpire. Dove andare in rovina è possibile tanto quanto difficilissimo da attraversare. Coraggioso da parte di Valérie Donzelli raccontare una traiettoria così ardua, verosimile, contigua alle nostre vite. E farlo più che per mezzo di interpretazioni e giudizi, attraverso una denuncia generata dall’imperativo di raccontare.

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