La «base regionale» del Senato, un inciampo per la nuova legge elettorale?
Per lo “Stabilicum” (o “Melonellum”), appena promulgato, si apre già la stagione dei ricorsi alla Corte costituzionale. Tra gli altri motivi per i quali potrebbe essere vagliata, ce n’è uno più tecnico ma proprio per questo più incalzante. E utile da conoscere

L’approvazione della nuova legge elettorale è stata preceduta e accompagnata dalla prospettiva di una serie di ricorsi alla Corte costituzionale. La via praticata – per dirla in sintesi – sarà quella di attivare iniziative giudiziarie per l’ipotesi di lesioni dei diritti degli elettori nei 29 distretti di Corte d’appello, contando sul fatto che ci sarà sicuramente qualche magistrato che solleverà la questione di legittimità davanti alla Consulta. Il metodo è già sperimentato (in Italia non è previsto l’accesso diretto dei cittadini alla Corte) e dovrebbe consentire di arrivare a sentenza in tempo utile, cioè prima delle elezioni eventualmente anche anticipate.
Al di là delle valutazioni politiche generali, sono numerosi i profili suscettibili di essere posti all’attenzione del giudice delle leggi. Alcuni ricorsi, pur senza avere qui la pretesa di anticipare a spanne lo scrutinio di costituzionalità, sembrano destinati a essere accolti almeno in parte. Basti pensare all’enorme sproporzione tra le zero firme richieste per presentare le liste a chi ha già una minima traccia di rappresentanza parlamentare e le 450mila che incombono sulle nuove formazioni. O alla trascuratezza con cui è stato trattato il principio della parità di genere.
La sensazione però è che le riserve sollevate con più chance di riuscita, almeno in teoria, riguardino aspetti di grande rilevanza civile ma non tocchino la struttura del sistema disegnato con la nuova legge. Il che ovviamente soddisfa i fautori dello Stabilicum, criticabilissimo ma legittimamente approvato a tappe forzate da una maggioranza blindata, e invece dovrebbe mettere in allarme chi vede nella legge approvata un Melonellum da smontare a colpi di Costituzione. C’è in particolare una questione aperta che affonda le sue radici esplicitamente nella Carta e che è stata segnalata dalle analisi più puntuali (come su questo giornale). Su di essa può essere utile tornare perché il caso che pone è potenzialmente capace di mettere in discussione l’impianto stesso della nuova legge. Riguarda il Senato che, recita l’articolo 57, «è eletto a base regionale».
Questa disposizione costituzionale è compatibile o no con un premio di maggioranza nazionale come previsto dallo Stabilicum? Il nodo era già emerso con particolare intensità nel 2005 in occasione del dibattito sulla legge elettorale passata alle cronache come Porcellum (“una porcata”, la definì il suo stesso autore, Roberto Calderoli). La legge venne applicata nel 2006, 2008 e 2013, per poi essere bocciata dalla Consulta nel 2014. Essa era stata approvata nel 2005 dopo un deciso intervento di moral suasion dell’allora presidente della Repubblica Ciampi che di fatto costrinse il governo Berlusconi a rinunciare al premio nazionale per il Senato, giudicato incostituzionale.
Questo precedente, tuttavia, viene considerato superato da una corrente di pensiero che si appoggia alla sentenza 35 del 2017, quella con cui la Corte costituzionale è intervenuta sulla legge Renzi-Boschi (nota come Italicum). Sdoganato il premio di maggioranza per i deputati, tale sentenza ha affermato che la Costituzione «esige» che i sistemi adottati per le due Camere non ostacolino «la formazione di maggioranze parlamentari omogenee». Sarebbe opportuno che alla Consulta fosse data la possibilità di dirimere la questione.
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