I «cambi di casacca» sono una moda del passato?
Il ridimensionato della pratica dei passaggi da un gruppo parlamentare a un altro appare prezioso in una fase storica a dir poco difficile per la libertà dei Parlamenti e dei parlamentari

Il fenomeno dei “cambi di casacca”, com’erano giornalisticamente definiti i passaggi dei parlamentari da un gruppo a un altro, è stato a lungo uno dei bersagli preferiti della polemica anti-politica. Un simbolo di malcostume e di mancanza di rispetto per le scelte degli elettori. Con esiti a volte parossistici: non solo veniva lasciato il gruppo con cui si era stati eletti, ma nel corso della legislatura i passaggi si ripetevano e si moltiplicavano. A volte per scelte politicamente fondate – come la nascita di un nuovo partito o una scissione motivata – ma più spesso per interessi personali di carriera. Il record fu registrato nella XVII legislatura (marzo 2013-marzo 2018) con 564 cambi di gruppo e 343 parlamentari coinvolti. Adesso c’è stato un vero e proprio crollo. Gli ultimi dati (i conti li ha fatti il costituzionalista Stefano Ceccanti) riferiscono di 33 deputati e 9 senatori. E un anno fa i deputati “di passaggio” erano ancora meno, soltanto 19, poi sono accaduti fatti come l’exploit di Vannacci e si è avuta una relativa impennata. Molto relativa perché anche a tener conto che in confronto alla XVII legislatura ha pesato sui valori assoluti il taglio drastico del numero dei parlamentari, il calo dei passaggi è stato macroscopico (nelle due legislature prima di quella attuale erano il triplo, secondo la Fondazione Openpolis e il sito Pagella politica).
Dal punto di vista degli effetti concreti, non bisogna sottovalutare l’importanza anche dei piccoli numeri. I 9 casi che hanno interessato il Senato, con 4 passaggi dalle opposizioni alla maggioranza, hanno portato alla coalizione di governo 8 voti in più, il 4% dei seggi. Ma se valutiamo l’andamento con riguardo al buon funzionamento del sistema, è innegabile che ci sia stato un progresso. Sicuramente hanno inciso le misure adottate nei regolamenti parlamentari per disincentivare i cambiamenti strumentali, come la decadenza dagli incarichi ricevuti in un determinato gruppo o il taglio dei finanziamenti, tanto per esemplificare. Ma il calo è stato così vistoso da richiedere una spiegazione politicamente più ampia. Essa va ricercata soprattutto nella prospettiva della stabilità dell’esecutivo e quindi nella mancanza di aspettative di ricambio nei posti di governo. Viceversa i pur limitati movimenti che ci sono attivati in particolare nel primo scorcio dell’anno possono essere ricondotti alla ricerca di situazioni a maggior tasso di rieleggibilità. Bisogna tenere sempre ben presente, inoltre, che la nuova legge elettorale, ormai in dirittura d’arrivo, prevede tra l’altro un complesso e molto impegnativo meccanismo di raccolta di firme per la presentazione delle liste. Il che rende assai probabili ulteriori spostamenti all’interno delle coalizioni per “prestare” qualche parlamentare a formazioni nuove o prive di rappresentanza e rendere così meno ardua la raccolta. Al netto di questi sviluppi, resta il dato di fondo che il fenomeno così inviso agli elettori dei “cambi di casacca” si sia corposamente ridimensionato in virtù di comportamenti politici e salvaguardando il principio costituzionale del divieto del vincolo di mandato. Tanto più prezioso in una fase storica a dir poco difficile per la libertà dei Parlamenti e dei parlamentari.
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