Autonomia differenziata, la sfida della Consulta
L’accesso in via diretta alla Corte costituzionale, prerogativa delle Regioni, è lo strumento che sarà utilizzato per contrastare l’iniziativa del centro-destra a trazione leghista

In questi giorni le assemblee delle quattro Regioni che hanno avviato il percorso dell’autonomia differenziata – Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte – stanno compiendo un ulteriore passaggio nel complesso iter previsto dalle norme in materia. Si tratta del voto con cui i consigli regionali autorizzano i rispettivi “governatori” a sottoscrivere le pre-intese con lo Stato in forma sostanzialmente definitiva. Le prime tre delle Regioni citate si sono già espresse – l’esito è scontato in quanto le maggioranze consiliari sono blindate – mentre il Piemonte lo farà a breve. Prima della pausa estiva (il 16 luglio il Senato, il 21 e 22 luglio la Camera) il Parlamento aveva approvato gli atti di indirizzo relativi alle intese preliminari. Adesso, acquisito il voto dei consigli regionali, i testi e gli allegati passeranno nuovamente in Consiglio dei ministri e i relativi disegni di legge saranno poi sottoposti all’approvazione parlamentare, che dovrà avvenire a maggioranza assoluta. Secondo Roberto Calderoli, il ministro leghista competente per settore ma anche autentico regista di tutta l’operazione, sarà necessario ancora un anno per completare il percorso. Il che sarebbe un buon motivo – dal suo punto di vista – per arrivare alla fine naturale della legislatura e votare nell’autunno 2027.
Difficile appurare se la tempistica corrisponda a una valutazione obiettiva dei passaggi rimasti o se nelle considerazioni leghiste prevalgano le ragioni legate alla situazione interna del partito e alla competizione con Vannacci. Sta di fatto che il cammino delle intese dovrà fare i conti non solo con l’intrinseca complessità delle procedure, ma anche con le contromosse che le opposizioni stanno predisponendo facendo leva come già in passato sulle criticità di natura costituzionale. L’attuale assetto è infatti quello che risulta dalla sentenza 192 del 2024 con cui la Consulta ha profondamente reinterpretato la normativa ereditata dalla riforma del titolo V, dandone una rilettura secondo Costituzione che ha costretto i fautori della superautonomia a rimodulare i progetti originari con cambiamenti radicali. Non è un caso che le pre-intese riguardino alcune funzioni relative soltanto a quattro materie, vale a dire protezione civile, professioni, previdenza complementare e tutela della salute in termini di coordinamento della finanza pubblica. Materie che secondo i promotori non esigerebbero il rispetto dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni. Ma anche questo è argomento di discussione. Ancora una volta, comunque, sarà l’accesso in via diretta alla Corte costituzionale, che è una prerogativa delle Regioni, lo strumento adottato per contrastare l’iniziativa del centro-destra a trazione leghista. È stato lo stesso presidente della Puglia, Antonio Decaro, ad annunciare in una manifestazione pubblica che la sua Regione e la Campania stanno mettendo a punto i ricorsi alla Consulta. Con tutta probabilità il piatto forte saranno i rischi che le intese provocano nel campo della gestione della sanità. Nelle parole di Decaro, però, non è mancato un inedito accenno di autocritica perché quella riforma del titolo V che nell’ormai lontano 2001 ha aperto la porta all’autonomia differenziata è stata a suo tempo voluta del centro-sinistra.
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