Se il “Canto degli Italiani” entrerà nella Costituzione
L'Inno di Mameli non fu inserito nella Carta per prudenza verso la simbologia nazionale. E' stato riconosciuto ufficialmente soltanto nel 2017. Ora la proposta di Fratelli d’Italia
L’Inno di Mameli potrebbe trovare spazio nella Carta della Repubblica. A questo mira un disegno di legge costituzionale presentato in Senato e che ora dovrà affrontare il complesso iter parlamentare previsto per questo genere di interventi. A molti potrà sembrare strano che l’inno nazionale non sia stato “costituzionalizzato” come il Tricolore nell’articolo 12, ma così è. Del resto non è una singolarità di casa nostra. In molti Stati (la maggioranza, a quanto risulta) le Costituzioni non prevedono una norma apposita per i rispettivi inni. Che il Canto degli Italiani – questo il titolo originario della composizione, scritta nel 1847 da Goffredo Mameli e musicata nello stesso anno da Michele Novaro – sia uno dei «simboli» di «una comunità fondata sulla partecipazione, sulla solidarietà e sul rispetto delle istituzioni democratiche e di ogni persona», lo ha ricordato lo stesso presidente della Repubblica in occasione della Giornata dell’unità nazionale lo scorso 17 marzo. Ma se si ripercorre la storia del popolarissimo Canto si scopre che solo con la legge 4 dicembre 2017, n.181, esso è stato riconosciuto ufficialmente come Inno nazionale della Repubblica. Neanche dieci anni fa. Prima e per circa settant’anni lo era stato “provvisoriamente” in virtù di una decisione del Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, presieduto da Alcide De Gasperi. Il testo, peraltro, ha trovato una recentissima sistemazione il 14 marzo dello scorso anno con il decreto del presidente della Repubblica che ha fissato la disciplina delle “Modalità di esecuzione dell’Inno nazionale”. In seguito a questo provvedimento è stato eliminato nelle esecuzioni ufficiali il grido «Sì» finale che era stato aggiunto da Novaro per motivi musicali, ma non compariva nel testo originale vergato da Mameli.
Resta il fatto che i Costituenti non vollero inserire l’Inno all’interno della Carta, a differenza di quanto avvenne per il “Tricolore italiano”, descritto all’articolo 12 come «verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni». Una puntualizzazione che, secondo alcuni interpreti, serviva a scongiurare aggiunte improprie. Per l’Inno, invece, finì per scattare quella ben nota prudenza per la simbologia costituzionale che è riconducibile alla reazione contro il nazionalismo del regime fascista appena sconfitto. Senza addentrarsi nella storia ideologica del testo di Mameli, impregnato di ideali risorgimentali e mazziniani in particolare, vale la pena ricordare che alla Costituente ci fu chi eccepì contro il riferimento a Balilla, personaggio che il fascismo aveva trasformato a suo uso e consumo, storpiando il significato della vicenda del giovane eroe genovese della settecentesca resistenza anti-austriaca. Ma al di là della voce isolata di Francesco Saverio Nitti, è agli atti che il 22 dicembre 1947, subito prima del voto finale sulla Costituzione, quando dalle tribune un gruppo di garibaldini intonò l’Inno di Mameli, l’Assemblea e il pubblico si unirono al Canto degli italiani in un tripudio di applausi.
Adesso c’è da sperare che l’operazione sull’Inno non venga strumentalizzata in chiave elettorale. L’iniziativa è stata presa da Fratelli d’Italia (nomen omen…) e l’apporto di firmatari da altre forze politiche, segnatamente quelle di opposizione, finora è stato minimo. Speriamo che sia l’innesco di una convergenza ampia come la materia richiederebbe.
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