Le ombre democratiche, politiche e costituzionali sulla legge elettorale

La Lega “minaccia” FdI sulle preferenze: non insistano o si rischia. Ma potrebbe aggiungerle la Corte costituzionale.
Rischio boomerang con la soglia al 42%: il centrodestra potrebbe non arrivarci senza Vannacci, idem il campo largo senza centro
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June 28, 2026
Le ombre democratiche, politiche e costituzionali sulla legge elettorale
Grafica a cura di / WITHUB
Incognite costituzionali, incognite tecniche, incognite politiche, incognite circa le ricadute sulla vita democratica. E persino incognite sulla tanto agognata “stabilità”, che la nuova legge elettorale in discussione alla Camera ha promesso a piene mani senza però fare i conti con chi ha deciso, o potrebbe decidere, di mettere in discussione l’attuale bipolarismo.
Alla vigilia di una settimana di passaggio verso l’approvazione alla Camera del “Melonellum”, “Stabilicum” o “Bignami-bis” che dir si voglia, quello che sembrava un treno ad alta velocità diretto verso la meta finale inizia a somigliare a un regionale costretto a fermarsi.
Prima stazione, le preferenze. Sembrava tutto già scritto: Fratelli d’Italia presenta l’emendamento per onorare un vecchio impegno, emendamento che poi sarebbe stato bocciato a voto segreto, a riprova che sul “doppio listino bloccato” esiste una implicita maggioranza trasversale. Ma negli ultimi giorni la questione si è complicata. Fratelli d’Italia si è messa a cercare una formula di sintesi anche con gli alleati, ma Lega e Forza Italia hanno gridato il loro «no» ad ogni ipotesi di modifica condivisa. Di più: dalle colonne di Repubblica, ieri il leghista Igor Iezzi ha fatto intendere che l’introduzione delle preferenze alla Camera potrebbe portare alla bocciatura della legge elettorale nel passaggio successivo, al Senato.
Una bella grana di natura politica. Ma il tema delle preferenze è anche costituzionale. Lo ha ricordato ieri l’ex parlamentare del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti: «A causa della doppia lista bloccata, di partito e di coalizione, resta aperta la questione del rapporto effettivo di rappresentanza che lascia il varco aperto per una sentenza additiva che introduca le preferenze, nell’arco di tempo tra la approvazione di questo testo e l’effettivo svolgimento delle elezioni politiche».
Insomma, la Consulta, secondo Ceccanti e diversi esperti, non potrebbe restare ferma davanti a un sistema di voto che non prevede nessuna delle formule tipiche di elezione del parlamentare da parte dei cittadini: che siano le preferenze, i collegi uninominali o altre formule.
Ceccanti spiega dal punto di vista tecnico quello che molte voci della società civile stanno cercando di dire dal punto di vista culturale: dove viene condotta la democrazia con una legge elettorale in cui il candidato da mandare a Roma è stato pre-selezionato da partiti e coalizioni?
Il combinato disposto tra preoccupazioni dei costituzionalisti e ultimi sondaggi ha aperto inoltre un’altra faglia: è davvero sicuro che le coalizioni, o almeno una delle due, supereranno il 42% incassando il premio di maggioranza? È la seconda stazione che potrebbe tenere fermo a lungo il treno, specie nel passaggio tra Camera e Senato.
Ancora Ceccanti rileva come vada presa in considerazione l’ipotesi che nessuna coalizione raggiunga il 42%. Magari non nel 2027, ma ai prossimi giri. Sotto tale soglia, i seggi sarebbero ripartiti in modo proporzionale, come avveniva nella Prima Repubblica. E dunque potrebbero nascere solo Governi di larghe intese. Ceccanti ritiene dunque «contraddittoria» l’assenza del ballottaggio, se il fine della legge è la stabilità.
Un discorso che va accoppiato agli ultimi sondaggi, che registrano un’ulteriore crescita di Futuro Nazionale. Una crescita che porrebbe il centrodestra senza Vannacci appena sopra il 42%, a rischio dunque di non raggiungere la soglia utile a incassare il premio di maggioranza. «Ci sarà il voto utile», dicono con sicurezza gli alti dirigenti di FdI, Lega e Forza Italia. Ma intanto i sondaggi vengono letti giorno per giorno e potrebbero ancora influenzare l’iter del nuovo sistema di voto.
D’altra parte il 42% potrebbe diventare un boomerang anche per il centrosinistra, che ora, sondaggi alla mano, è sopra la soglia, ma con il contributo decisivo delle compagini centristi. Considerando che nelle ultime settimane c’è stato un rafforzamento del «blocco» tra Pd, Avs e M5s, non è da escludere che proprio le formazioni moderate e riformiste facciano valere il loro peso per assicurare al campo largo il premio di maggioranza.
Di stazioni ce ne sono ancora tante, per il treno regionale con direzione 2027. C’è il tema, anch’esso costituzionale, dell’«obbligo» per le coalizioni di indicare il candidato a Palazzo Chigi, nonostante sia nota la procedura quirinalizia e parlamentare che porta all’insediamento di un nuovo Governo. E c’è la stazione delle firme, che alcuni partiti non raccoglieranno grazie a rappresentanza parlamentari e altri invece, magari di analoga o maggiore forza elettorale, dovranno andare dispendiosamente a cercare. C’è la stazione dei fuorisede, in cui tutti vorrebbero fermarsi a parole e che poi resta sempre deserta.
I nodi insomma aumentano cammin facendo, anziché diminuire. Al momento appare incrollabile la volontà di Giorgia Meloni di avere un nuovo sistema di voto che «eviti il pareggio», a beneficio della governabilità. Così come la volontà della premier di chiudere il cerchio in tempo utile ad anticipare le elezioni di qualche mese, spostandole in primavera e stoppando l’anomalia del voto in autunno. Argomentazioni legittime, ma c’è ancora tempo per riflettere sul “prezzo” di questi obiettivi: e il doppio listino bloccato, di partito e di coalizione, pare un prezzo troppo alto da pagare per molte voci che si chiedono se i cittadini riusciranno a trovare senso in un voto così “semplificato”, in cui decisiva non è la volontà degli elettori ma l’ordine in cui i partiti mettono in fila dei nomi.

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