Notarstefano (Ac): sulla legge elettorale serve una mediazione alta

Il timore del presidente nazionale di Azione cattolica è
che «anche 
la politica segua 
la logica della concentrazione 
del potere». L’associazione preoccupata per l’assenza di una norma per il voto dei fuorisede
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June 28, 2026
Notarstefano (Ac): sulla legge elettorale serve una mediazione alta
Giuseppe Notarstefano / IMAGOECONOMICA
Al di là degli elementi specifici, sui quali comunque non mancano rilievi, quello che preoccupa Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica, è la direzione che la legge elettorale in discussione alla Camera sembra seguire. Il tema del rafforzamento della governabilità, dice ad Avvenire , «non è nuovo ed è emerso con forza negli ultimi 20 anni», ma la modalità con cui questa legge lo affronta «rischia di non tenere conto della complessità della vita democratica».
Presidente, partiamo proprio da qui: che ne pensa del premio di governabilità previsto dal testo di maggioranza?
In una logica bipolare, un premio di governabilità può avere senso. Ma deve trovare il suo limite nel rispetto della volontà degli elettori. Anche se c’è una maggioranza rafforzata dal premio, questa dovrà confrontarsi comunque con la minoranza, perché la nostra è ancora una democrazia parlamentare. Sembra che la preoccupazione sia solo dare più forza a chi vince, ma in una democrazia bisogna tenere conto anche di chi perde, perché rappresenta una parte del Paese. La preoccupazione è che dietro questo rafforzamento ci sia l’idea di voler schiacciare l’altra parte. Ma una maggioranza deve essere capace di avviare un confronto forte sulle questioni che riguardano tutti.
Le liste bloccate e l’assenza dei collegi uninominali la convincono?
È un combinato disposto che aumenta la distanza tra eletti ed elettori. In un contesto di disaffezione al voto, questa linea contribuisce a essiccare ancora di più la nostra vita democratica. Ci sono sempre meno organizzazioni capaci di far emergere persone dai territori. Questo stride con la grande partecipazione che vediamo a livello locale nelle liste civiche, che però a livello nazionale non trova rappresentanza. La capacità di esprimere una classe politica che porti istanze dal territorio rischia di essere sacrificata per figure che si vanno assestando attorno ai diversi leader e vengono individuate dall’alto. Bisognerebbe mediare tra l’esigenza nazionale di promuovere certe figure e la necessità di valorizzare la rappresentanza dei territori.
Quindi se, come pare, le preferenze non verranno introdotte occorre almeno ripristinare i collegi uninominali?
Quantomeno renderebbero i candidati più vicini ai cittadini, a patto che non siano estremamente ampi e quindi consentano la gestione della campagna elettorale. Un legame più diretto con il territorio sarebbe interessante. Le liste bloccate avrebbero un senso se ci fosse una discussione e una selezione democratica dal basso dentro i partiti, come le primarie. Poiché questo manca, il rischio è che il Parlamento venga disegnato a tavolino.
L’obbligo di indicazione del nome del candidato premier la preoccupa? Crede sia l’anticamera di qualcos’altro?
Tendo a fidarmi di quanto detto dalla ministra Casellati, ovvero che non è l’anticamera del premierato. Detto questo, l’idea del “capo politico” mi pare non in linea con la nostra visione istituzionale democratica e parlamentare. Il compito di dare il mandato per formare il Governo spetta al Capo dello Stato e queste prerogative vanno tutelate a garanzia dell’equilibrio dei poteri. Si rischia una verticalizzazione che toglie voce alla discussione democratica nei vari passaggi, come le consultazioni o la dinamica parlamentare. La politica non è solo sapere chi vince un minuto dopo la chiusura delle urne: è discussione e confronto pubblico tra posizioni diverse. In questa fase di forte polarizzazione, l’ordinamento dovrebbe custodire gli spazi di mediazione. Mediare non significa cedere, ma costruire uno spazio più condiviso dove tutti si possano ritrovare.
Teme che si voglia rinunciare a un dialogo che possa rappresentare la complessità della dinamica politica?
Esatto. Negli ultimi vent’anni ha prevalso una logica “economicistica” di efficienza: l’idea che la politica non debba perdere tempo perché è costoso e che servano decisioni chiare.
Un tema posto con forza da Berlusconi.
Siamo stati tutti affascinati da questa logica efficientista, ma credo che dietro la crisi della vita democratica ci sia proprio l’eccesso di questa concezione. Bisogna recuperare la discussione pubblica dove visioni diverse possano confrontarsi con regole democratiche e costituzionali condivise.
Anche in questa legge, almeno per ora, non è previsto il voto ai fuorisede.
È un aspetto che ci sta molto a cuore come associazione, perché sentiamo il tema della mobilità delle persone. Guardiamo con favore alle iniziative per agevolare il voto, comprese le modalità elettroniche usate in altri Paesi. Il voto dei fuorisede (studenti o lavoratori) andrebbe organizzato coraggiosamente. Favorirlo ridurrebbe l’astensionismo, come dimostrato dall’esperienza dei referendum.
In generale, questa legge aiuta a contrastare l’astensionismo secondo lei?
Assolutamente no. I meccanismi che privilegiano la chiarezza della maggioranza o il premier indicato portano le persone a sentirsi meno parte della scelta dei candidati. È un problema serio: la disaffezione dà l’idea che le istituzioni siano “appaltate” a chi è più forte o ha più potere. Questo insegue un meccanismo pericoloso di concentrazione dei poteri economici, finanziari e politici nelle mani di pochi. Di fronte a ciò l’elettore si arrende, mentre la Repubblica dovrebbe favorire l’accesso di tutti e trasmettere il messaggio che ogni voto e ogni sensibilità sono preziosi e non vanno mortificati.
Era meglio restare al Rosatellum?
Non è il caso di dire “meglio la strada vecchia della nuova”, ma sarebbe stata necessaria una discussione vera e un lavoro franco nelle commissioni da parte di tutte le forze politiche. C’è ancora margine per discutere della rappresentanza. Il tema preoccupante è che le riforme stiano diventando un’occasione solo per affermare la forza di una parte sull’altra. In una realtà plurale come la nostra, le riforme dovrebbero seguire una strada di mediazione.

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