Roma capitale. È davvero impossibile una legge condivisa?

È arrivato il via libera iniziale al provvedimento di riforma, ma l’astensione del Partito Democratico e le tensioni nella maggioranza hanno incrinato l’intesa: decisivi poteri e risorse. Il futuro? Incerto
May 3, 2026
La legge costituzionale che attribuisce poteri legislativi a Roma come capitale d’Italia, sulla falsariga di quelli previsti per le Regioni, ha fatto formalmente un passo avanti. Il suo testo, infatti, è stato approvato dalla Camera lo scorso 29 aprile nella prima delle quattro letture previste per le leggi che modificano o integrano la Carta. Eppure la sostanza politica della notizia è di segno diametralmente opposto. «Oggi si interrompe un processo costituente», ha dichiarato a caldo Giorgia Meloni, che della legge in questione è stata dall’inizio uno dei principali sponsor, insieme al Pd e in particolare al sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Ed è a loro che la premier ha attribuito con veemenza la responsabilità davanti agli elettori di questo esito che – a giudicare dalla sue parole – rischia di essere tombale rispetto alla riforma, almeno in questa legislatura. Ma che cosa è successo a Montecitorio? I deputati dem non hanno votato a favore ma si sono astenuti. Dal punto di vista procedurale non c’è alcun fallimento. La legge va avanti e anche ai fini del raggiungimento del quorum dei due terzi, che metterebbe le nuove norme al riparo dalla richiesta di referendum, conta il risultato della seconda lettura. È quanto sostiene il Pd che si dice pronto a un voto favorevole se nel frattempo sarà intervenuta la legge ordinaria di attuazione con la definizione puntuale dei poteri e soprattutto con l’indicazione degli stanziamenti. Un po’ di diffidenza da entrambe le parti è comprensibile: basti pensare che nella stessa seduta della Camera la maggioranza ha dato il via libera un ordine del giorno della Lega che chiede al governo di «valutare l’opportunità di completare l’intervento… con ulteriori iniziative normative di rango costituzionale volte a riconoscere anche ai Comuni capoluogo di città metropolitane funzioni pari a quelle riconosciute all’ente Roma Capitale con il presente provvedimento». Una prospettiva che nega in radice la logica della riforma costituzionale in questione, fondata sull’unicità di Roma e sulla sua rilevanza per tutta la Nazione e non solo. E che era stata disinnescata due mesi fa dall’accordo Meloni-Gualtieri (detto per brevità) che accontentava la Lega ma circoscrivendo i poteri delle altre città capoluogo alle funzioni amministrative.
Dunque anche questa riforma, arrivata vicina al traguardo già nella passata legislatura e fermata dalle elezioni anticipate, sembra avviata su un binario morto. Un finale particolarmente amaro perché l’oggetto stesso della riforma – la capitale d’Italia – si presentava con un potenziale unitario che si sarebbe potuto valorizzare al meglio anche a dispetto dei campanilismi e degli estremismi autonomistici. Tant’è vero che l’iniziativa della riforma era stata sostanzialmente trasversale, con in primo piano i maggiori partiti dei due schieramenti. Ma proprio quest’ultimo aspetto si è rivelato paradossalmente nocivo per il processo riformatore. Con l’approssimarsi delle politiche, all’interno degli stessi poli è cresciuta l’insofferenza per il ruolo tendenzialmente dominante di Fdi e Pd. E senza una convergenza ampia dentro e fuori gli schieramenti, a maggior ragione dopo il referendum sulla giustizia, nessuno si sente più sicuro nell’affrontare in campo aperto la sfida della consultazione popolare. Vedremo che cosa accadrà in extremis.

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