Sindaci, ballottaggi e autonomia: due fronti aperti

Dopo il voto, si riapre il fronte sulle regole nei municipi e sulle nuove spinte devolutive, tra partecipazione in calo, correttivi contestati e squilibri da colmare
Google preferred source
June 14, 2026
Sindaci, ballottaggi e autonomia: due fronti aperti
Seggi elettorali a Reggio Calabria/ ANSA
La tornata elettorale amministrativa ha confermato che quella in vigore per i Comuni è una buona legge e dopo oltre trent’anni (mentre le leggi elettorali nazionali vanno e vengono) funziona egregiamente. Il tentativo di modificarla in un punto nevralgico, neutralizzando nella pratica i ballottaggi, è del tutto ingiustificato. L’argomento secondo cui il secondo turno favorirebbe il centro-sinistra (comunque denominato) non regge alla prova dei fatti. Negli ultimi ballottaggi nei Comuni capoluogo è finita esattamente alla pari: tre a tre e i dati sono stati accolti con soddisfazione dagli stessi leader del centro-destra, compresa la premier, perfino con una punta di enfasi comprensibile nella circostanza. Che il centro-sinistra ottenga mediamente migliori risultati nei Comuni (tendenza comunque ridimensionata dai risultati più recenti) non dipende dal sistema elettorale, ma da fattori socio-demografici, dall’offerta dei partiti e dalle scelte degli elettori. Nei Comuni con oltre 15 mila abitanti il centro-sinistra ha eletto al primo turno 37 sindaci e il centro-destra 25. Il ballottaggio con c’entra. Piuttosto bisognerebbe interrogarsi sul perché la partecipazione è storicamente inferiore nel secondo turno, quando gli elettori avrebbero la possibilità di scegliere direttamente il vertice politico. Altro elemento su cui bisognerà in futuro cercare conferme è l’alto numero di sindaci eletti al primo turno nei Comuni capoluogo (12 su 18), come se i partiti si stessero finalmente adeguando nella loro proposta alla dinamica del sistema elettorale. Comunque il ballottaggio resta uno strumento di democrazia: tutti i sindaci eletti possono rivendicare di essere stati scelti dalla maggioranza assoluta dei votanti e dal 1993 a oggi questo è un punto fermo che anche per chi alle urne non è andato. Tra l’altro, statisticamente i voti validi degli eletti al secondo turno sono quasi sempre maggiori di quelli del candidato che è arrivato in testa nel primo turno.
Intanto vale la pena tornare sull’argomento dell’ultima rubrica – l’autonomia differenziata – per commentare una novità almeno sulla carta sorprendente, anche se le sue conseguenze concrete sono tutte da verificare. Non riguarda le quattro pre-intese con Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria, ma il parallelo ddl Calderoli con cui si vorrebbe sanare uno dei vizi individuati dalla Corte costituzionale, vale a dire l’eccessiva ampiezza e genericità della delega al governo per la determinazione dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni. Il testo originario suonava così: «Ai fini della completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione…», ecc., con un riferimento esplicito alle norme sull’autonomia differenziata. L’emendamento presentato dai relatori di maggioranza e approvato in commissione (rubricato come 1.500 testo 2) suona tutta un’altra musica: «Al fine di favorire il pieno superamento dei divari territoriali nel godimento delle prestazioni inerenti ai diritti civili e sociali, in attuazione dei principi di cui agli articoli 2,3, secondo comma, 5 e 119, quinto e sesto comma, della Costituzione…». Si tratterà ora di vedere quali saranno gli svolgimenti successivi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire