Al voto per i sindaci
con una buona legge

Tra una settimana si voterà in centinaia di Comuni delle Regioni a statuto ordinario e a stretto giro anche nelle Regioni autonome. Nei centri maggiori il sindaco viene eletto con un sistema a doppio turno, quello che si vuole abolire
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May 17, 2026
Al voto per i sindaci
con una buona legge
/ ANSA
Domenica e lunedì prossimi si voterà in centinaia di Comuni delle Regioni a statuto ordinario e a stretto giro anche nelle Regioni autonome. Una ventina i capoluoghi di provincia, uno di Regione (Venezia), circa 120 i centri con più di 15 mila abitanti. Numeri che scontano qualche oscillazione per i diversi regimi territoriali, ma non è questo il punto. Il punto è che nei centri maggiori il sindaco viene eletto con un sistema a doppio turno, quello introdotto con la legge 81 del 1993, il primo a prevedere l’elezione diretta di un vertice politico-amministrativo. Una riforma che si può legittimamente definire storica e che però rischia di essere profondamente modificata (o stravolta, a seconda dei punti di vista) da una legge proposta dai partiti di maggioranza. Tale legge stabilisce che per essere eletti al primo turno non occorra la maggioranza assoluta, ma sia sufficiente il 40%. Tenendo conto che questa soglia è agevolmente alla portata sia della coalizione di governo, sia di un possibile “campo largo”, il ballottaggio diventerebbe un’eventualità del tutto residuale. Un’abolizione di fatto, insomma. Eppure se c’è un meccanismo intrinsecamente democratico per eleggere una carica di vertice personalizzata, questo è proprio il doppio turno in quanto assicura che l’eletto – il sindaco in questo caso – sia stato scelto in ogni caso dalla maggioranza assoluta dei votanti. Anche per questo in oltre trent’anni il sistema di elezione dei sindaci ha funzionato egregiamente. Peraltro è un sistema che consente di avere un vincitore certo e subito noto come si sostiene con enfasi non sempre ben riposta a proposito della legge elettorale nazionale. E allora perché cambiare ciò che funziona?
Nella relazione che accompagna il disegno di legge, i presentatori sostengono che «al secondo turno si rischia di eleggere un candidato sindaco che abbia ottenuto meno voti di quelli raggiunti dall’avversario al primo turno». In realtà, come già annotavamo in questa rubrica lo scorso anno (il ddl è stato presentato l’8 aprile 2025), le statistiche rilevano che questo esito si è verificato in rarissimi casi, nell’ordine di poche unità. Il vero motivo è che il centro-destra ha sempre ritenuto, non a torto, che le opposizioni si trovassero più a loro agio con il doppio turno per la cronica difficoltà ad allearsi in prima battuta. Ma questo è un fattore che riguarda il modo in cui si configura il sistema politico, non il sistema elettorale. I migliori risultati che il fronte progressista (chiamiamolo così) ottiene spesso nei centri di dimensioni più grandi fanno parte di una tendenza che coinvolge o ha coinvolto tutto il mondo occidentale, anche a prescindere dalla qualità dei candidati che resta sempre decisiva soprattutto a livello territoriale. La legge anti-ballottaggi è stata licenziata dalla commissione affari costituzionali del Senato lo scorso 10 febbraio con il voto compatto della maggioranza e parole forti delle opposizioni, ovviamente contrarie. Da allora è tutto fermo. Il sito del Senato registra laconicamente che il ddl è «in stato di relazione». La sua sorte è legata a quella della legge elettorale nazionale: il centro-destra lo usa come mezzo di pressione per spingere le opposizioni a dialogare, le opposizioni pongono il suo ritiro come condizione per il confronto. E intanto domenica si vota per i sindaci, con una buona legge.

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