Autonomia differenziata. La riforma resta in marcia
Le pre-intese siglate da Stato e Regioni arrivano all’esame del Parlamento. Il giudizio della Corte costituzionale non ha fermato il percorso, ma restano dubbi sulla tenuta degli accordi e sulla garanzia dei Lep senza nuovi oneri per lo Stato
Mentre il dibattito politico-istituzionale è tutto concentrato sulla riforma elettorale, il cammino dell’autonomia differenziata va avanti senza grandi clamori mediatici, ma anche senza perdere un colpo sotto l’ostinata regia del titolare degli affari regionali, Roberto Calderoli. Neanche il severo giudizio della Corte costituzionale – che a fine 2024 ha riscritto da capo i punti cardine della legge correntemente intitolata al ministro leghista – ha interrotto il percorso. L’ultima volta che ce ne siamo occupati in questa rubrica era il dicembre del 2025 e la notizia principale era la stipula delle pre-intese tra lo Stato e quattro Regioni: Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte. Adesso quegli accordi sono approdati in Parlamento ed entro metà luglio questo dovrà esprimersi su di essi con atti di indirizzo. Proprio nei giorni scorsi sono iniziate le audizioni nelle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato in forma congiunta. Ma il finale di questo pur esile passaggio parlamentare (il baricentro della controversa procedura si colloca infatti nel rapporto tra governo centrale e giunte regionali) è già scritto, dato che le appartenenze di schieramento sono destinate a prevalere anche su quelle territoriali. I mugugni di alcuni governatori di centro-destra delle Regioni meridionali non fermeranno, almeno in questa fase, la marcia dell’autonomia differenziata, per quanto fortemente depotenziata dalla Consulta. Se n’è avuta la prova ad aprile in occasione del voto della Conferenza unificata: ogni Regione ha votato secondo le alleanze nazionali (anche quelle guidate dal centro-sinistra, ovviamente) e il parere è inevitabilmente risultato positivo. La vulgata secondo cui l’autonomia differenziata starebbe a cuore soltanto alla Lega non è priva di fondamento, ma in questo frangente i fatti dicono altro. Del resto, finché c’è di mezzo la riforma elettorale i partiti della maggioranza di governo devono muoversi in modo sostanzialmente convergente su entrambi i tavoli. È pur vero che bisogna fare i conti con una sfasatura nei tempi perché l’iter dell’autonomia è più lungo e complesso di quello della legge elettorale, ma è del tutto verosimile che la Lega pretenda di portare a casa comunque qualcosa di concreto con cui presentarsi al proprio elettorato storico.
Le maggiori insidie riguardano soprattutto eventuali ricorsi alla Corte costituzionale. Uno studio pubblicato lo scorso marzo dall’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica afferma che “le perplessità su questi accordi sono essenzialmente due: i documenti sono identici per tutte le Regioni, contraddicendo il principio stesso dell’autonomia differenziata, cioè richiedere spazi di autonomia differenti tra Regioni in funzione delle specificità di ognuna; la descrizione delle funzioni è molto generica e non spiega, come vorrebbe la Consulta, come e perché l’autonomia della specifica regione permetterebbe di svolgere la specifica funzione meglio rispetto allo Stato”. Meglio e senza costi aggiuntivi. Come sia possibile assicurare a tutte le Regioni, che partono da posizioni queste sì fortemente differenziate, gli stessi Livelli essenziali delle prestazioni (i famosi Lep) senza pesare sui conti dello Stato, resta un mistero che finora nessuno è riuscito a spiegare in modo convincente.
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