Autonomia, corsa al voto per accontentare la Lega
La data è certa: a gennaio la Camera voterà le intese con Veneto, Liguria, Lombardia e Piemonte. La maggioranza punta a chiudere la partita prima delle possibili elezioni anticipate in primavera, mentre le opposizioni denunciano la compressione del dibattito parlamentare
A gennaio 2027 la Camera voterà sui disegni di legge che contengono le intese per l’autonomia rafforzata chiesta da quattro Regioni: il 20 toccherà al Veneto, il 21 alla Liguria, il 27 alla Lombardia e il 28 al Piemonte. È stata infatti approvata a Montecitorio la richiesta del governo di fissare una data certa per il voto in Aula, possibilità contemplata dai regolamenti parlamentari per i ddl collegati alla manovra di bilancio. Una mossa che non è difficile interpretare politicamente: la “superautonomia” è il cavallo di battaglia della Lega e accontentare il partito di Salvini in vista delle elezioni è cruciale per la tenuta degli accordi di coalizione. Non solo per uno scambio alla pari con le riforme care a Fratelli d’Italia e Forza Italia (in particolare quella elettorale fortissimamente voluta da Giorgia Meloni ), ma anche perché la partita dell’autonomia dev’essere chiusa in tempo se si vuole il via libera del Carroccio al voto anticipato in primavera. Ovviamente le opposizioni hanno protestato con veemenza. Il voto a data certa implica un effetto restrittivo sul dibattito e non ci sono emendamenti che tengano: alla fine si va in Aula anche senza aver completato il lavoro in commissione, senza mandato al relatore, con il testo di partenza. E nel passaggio al Senato sarà inevitabile replicare il copione, se possibile con maggior foga per l’approssimarsi della fine della legislatura.
Il ruolo del Parlamento nella procedura per l’autonomia resta uno dei nodi più delicati dal punto di vista istituzionale. Nell’impostazione originaria il “sistema Calderoli” prevedeva l’inemendabilità dei disegni di legge: le Camere potevano soltanto approvare (a maggioranza assoluta dei loro membri) o respingere in toto. Prendere o lasciare, insomma. Questo a causa della natura pattizia dei provvedimenti. La Consulta, nella nota sentenza 192 del 2024, ha però chiarito che la procedura va comunque interpretata in senso conforme alla Costituzione e quindi le leggi di recepimento delle intese non sono di mera approvazione ma implicano il potere di emendamento da parte di Camera e Senato. Il profilo pattizio conserva comunque una sua specifica rilevanza poiché – si legge nella sentenza – “qualora le Camere intendano apportare modifiche sostanziali all’accordo concluso, esso dovrà essere rinegoziato tra il governo e la regione richiedente, il cui consenso è elemento essenziale della procedura”.
Se però i tempi sono già stretti, anzi strettissimi, è facile immaginare che la maggioranza farà muro contro ogni modifica. Salvo incidenti di percorso, al momento imprevedibili anche se i mugugni non mancano soprattutto tra i parlamentari del Sud, i testi delle intese saranno quelli che abbiamo visto finora e che secondo una molto discutibile lettura della sentenza della Consulta non richiederebbero l’individuazione dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni. Si parla di coordinamento della finanza pubblica nella tutela della salute, di protezione civile, di professioni e di previdenza complementare. Materie in cui il vantaggio di una differenziazione per regioni è veramente arduo da cogliere. Non è un caso che le intese abbiano testi identici, un paradosso quasi beffardo e su cui la Corte costituzionale potrebbe essere chiamata ancora una volta a intervenire.
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