«Leone XIV ci aiuterà a guarire le ferite che dividono l’Argentina»

di Lucia Capuzzi, inviata a Buenos Aires
Parla l’arcivescovo della capitale argentina, Jorge García Cuerva: «Viene ad esortarci ad aprire il cuore per riconoscerci come fratelli». Da oggi la tappa nella terra di Bergoglio
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November 8, 2026
Uno dei murales apparsi a Claypole, alla periferia di Buenos Aires, dove il Papa arriverà oggi / REUTERS
Uno dei murales apparsi a Claypole, alla periferia di Buenos Aires, dove il Papa arriverà oggi / REUTERS
La sagoma di legno chiaro spicca sul piano scuro della scrivania, austera e massiccia. Ritrae un uomo sdraiato sul fianco, la testa poggiata sul braccio, gli occhi chiusi. È una piccola scultura di san Giuseppe dormiente che il cardinale Jorge Mario Bergoglio amava avere vicino mentre lavorava nell’ufficio al secondo piano della curia di Buenos Aires. «La prima, quella originale» dice con affetto, mentre tiene la statuetta fra le mani, il suo secondo successore alla guida della Diocesi porteña, l’arcivescovo Jorge García Cuerva, che l’ha lasciata nel medesimo posto. Come il grande quadro di san Francesco di Assisi di fronte al tavolo. «In realtà quasi tutto in questo studio è rimasto come allora: ho solo tolto un mobile per far entrare più luce», aggiunge con lo sguardo rivolto alla vetrata, affacciata su Plaza de Mayo. A lungo “cura villero” a La Cava, cioè sacerdote impegnato in una delle più emblematiche baraccopoli alle porte della capitale, monsignor García Cuerva ha avuto un forte legame con il predecessore: restano emblematiche le lacrime mentre ne celebrava, il 26 aprile 2025, le “esequie argentine” davanti alla Cattedrale, in contemporanea con quelle a San Pietro. «Ho conosciuto Francesco a partire dal 2014, non Bergoglio. Avevo incrociato l’allora cardinale solo una volta, per caso, a Pilar». Nel 2021 – ancora ausiliare di Lomas de Zamora, prima di essere nominato pastore di Buenos Aires nel 2023 – è diventato parte del Dicastero dei vescovi dove ha avuto modo di collaborare con l’allora prefetto Robert Prevost. «Sarà un’emozione ora riceverlo qui come Leone XIV. Una grande emozione», confessa con un sorriso l’arcivescovo.
L’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge García Cuerva
L’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge García Cuerva
“Manija”, nel gergo porteño, è una sensazione così intensa che la pelle riesce a fatica a contenerla. È questo il sentimento che si percepisce sulle rive del fiume dal nome d’argento – Rio de la Plata – e dalle acque color bronzo alla vigilia dell’arrivo del Papa. C’è il desiderio alimentato da un’attesa lunga trentanove anni dopo il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II nel 1987. C’è un’eco di nostalgia per il mancato ritorno del “suo” Francesco. «In realtà, non se n’è mai andato – precisa il pastore –: era in tutte le nostre discussioni, domande, polemiche. Qualunque cosa dicesse, la riferivamo al nostro Paese. Non abbiamo consentito a Bergoglio di essere Francesco, contribuendo a fargli rinviare all’infinito il viaggio». C’è, poi, per i cattolici, l’entusiasmo di accogliere il successore di Pietro. E per tutti la gioia di ascoltare un messaggero di pace in un tempo – nazionale e globale – di conflitto. «È un’occasione di “re-incontro”: con il Santo Padre, con gli altri e con noi stessi – spiega l’arcivescovo –. Il Papa viene ad esortarci ad aprire il cuore per riconoscerci come fratelli. Un invito potente per un’Argentina lacerata». “Grieta” ovvero “crepa” è il termine impiegato sia nel linguaggio comune sia nel dibattito intellettuale per riferirsi alle molteplici spaccature che dilaniano la nazione. Divisioni che hanno marchiato fin dalle origini la storia della Repubblica e si sono acuite in oltre quattro decenni di crisi economiche cicliche. Più che di “grieta”, però, García Cuerva preferisce parlare di “ferita”: «Le crepe si formano sulle pareti degli edifici. E non fanno male. Le ferite, al contrario, si aprono sulla carne delle persone, causando dolore. O sui corpi sociali, come quello degli argentini, che duole. Se non fosse, così, sarebbe terribile. Mentre le crepe, inoltre, sono difficili da aggiustare e tendono a riaprirsi, le ferite possono cicatrizzarsi. Anche quella che dilania il nostro Paese. In questo, il messaggio del Papa sarà un contributo prezioso. Il risultato finale, però, dipenderà da come lo trasformeremo in azione quotidiana».
Uno dei murales apparsi a Claypole, alla periferia di Buenos Aires, dove il Papa arriverà oggi / REUTERS
Uno dei murales apparsi a Claypole, alla periferia di Buenos Aires, dove il Papa arriverà oggi / REUTERS
“Manija”: Buenos Aires freme nelle sue contraddizioni, specchio e metafora dei paradossi nazionali e globali. Una metropoli, al contempo, multiculturale e intollerante, accogliente e settaria, con una bellezza mozzafiato deturpata dalla povertà di troppi. Con ogni fibra urbana, la città di Francesco attende Leone che ha scelto di visitarla, di “toccare” alcuni dei “frammenti porteñi” cari al predecessore e di rendergli omaggio. Dietro all’altare della Cattedrale, dove Buenos Aires ne custodisce la memoria grata, papa Prevost si raccoglierà in preghiera prima dei Vespri, per poi recarsi a conoscerne lo studio, nella curia. Molti dei luoghi delle quattro giornate argentine lo evocano. Come il “Monumento agli spagnoli” – dove celebrò le Cresime di massa per il Giubileo del 2000 – o il carcere di Devoto, in cui si recava il Giovedì Santo per lavare i piedi ai detenuti. Quella di Jorge Mario Bergoglio vuole, però, essere una presenza discreta. Un accento, un tono, una nota di “bandoneón” adattata al “ritmo” del passo del pellegrino Leone, in cammino per riunirsi con il popolo argentino come pastore della Chiesa universale. Un evento cruciale.
Una gigantografia di Leone XIV campeggia tra i palazzi del centro di Buenos Aires / REUTERS
Una gigantografia di Leone XIV campeggia tra i palazzi del centro di Buenos Aires / REUTERS
«I frutti, però, dipenderanno da noi. Se avremo la capacità di sentirci interpellati in prima persona dalle parole e dai gesti del Pontefice. Dai suoi richiami, come ha ricordato nell’annuncio della conferma del viaggio, alla fraternità, all’unità, alla missione – conclude l’arcivescovo –. In questi giorni di vigilia, Buenos Aires vive quella “gioia dell’attesa” di cui parla il Piccolo Principe. Il mio desiderio più grande è che non sia una parentesi prima di tornare alla routine. Spero che Leone XIV non se ne vada. Che sappiamo mettere in atto il suo magistero. Che l’esperienza vissuta sia interiorizzata attraverso la riflessione, la preghiera, il lavoro pastorale, la missione. Che ci aiuti a imparare a lavorare insieme. Per avviare quel processo di conversione individuale, comunitaria e nazionale di cui abbiamo tanta necessità».

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