«Noi in Uruguay, l'eccezione dell'America Latina, così aspettiamo il Papa»

Nel Paese più secolarizzato del Continente «anche i non credenti sono interessati al messaggio del Papa», dice l’arcivescovo di Montevideo, Daniel Sturla. «Noi, Chiesa povera e libera»
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November 7, 2026
Anche così l’immagine di papa Prevost “abita” le strade della capitale dell’Uruguay / REUTERS
Anche così l’immagine di papa Prevost “abita” le strade della capitale dell’Uruguay / REUTERS
«Como el Uruguay no hay», cioè «nessuno come l’Uruguay». Coniato nella prima metà del Novecento, il motto ritorna spesso per le strade di Montevideo. Lo dice la gente, nel mezzo delle conversazioni più disparate. Scritto in caratteri sgargianti, “marchia” i souvenir realizzati in occasione del viaggio di Leone XIV, a trentotto anni da quello di Giovanni Paolo II. Sviscerata in libri e conferenze dagli intellettuali, anche solo per confutarla, questa espressione è un riferimento costante del dibattito pubblico nazionale. Il secondo Paese più piccolo dell’America del Sud, stretto fra i “giganti” Brasile e Argentina, è davvero un “caso a parte” nel Continente in perenne ebollizione politica e sociale. I rivolgimenti del secondo Novecento l’hanno toccato solo in parte. Non è scampato alla stagione delle dittature militari. Il regime, al potere tra il 1973 e il 1985, non ha però lasciato ferite insanabili nell’assetto istituzionale. Favorito dalla buona tenuta economica, il sistema, nei decenni successivi, ha assorbito il colpo, riuscendo a contenere diseguaglianza, corruzione e violenza. «L’eccezione Uruguay», la chiamano. Lo è anche dal punto di vista religioso. I cattolici qui sono minoranza – il 36 per cento in base alle ultime rilevazioni – e un terzo degli abitanti sono atei o agnostici, la cifra più alta in America Latina.
Il cardinale Daniel Fernando Sturla Berhouet, arcivescovo Metropolitadi Montevideo, la capitale dell’Uruguay
Il cardinale Daniel Fernando Sturla Berhouet, arcivescovo Metropolitadi Montevideo, la capitale dell’Uruguay
«È il prodotto di vari fattori storici. La colonizzazione spagnola è arrivata tardi, nel 1724, ed è stata breve: appena novant’anni. Fino alla migrazione europea da metà Ottocento, il territorio è rimasto spopolato, quasi privo di popolazione autoctona. Anche la presenza della Chiesa era scarsa – sottolinea il cardinale Daniel Sturla, salesiano, arcivescovo di Montevideo –. Il processo di secolarizzazione, per questo, è stato tanto pervasivo e ha raggiunto le fasce popolari, a differenza del resto del Continente dove è rimasto confinato alle élite». A portarlo avanti, all’inizio del Novecento, fu il presidente José Battle y Ordóñez, un grande riformatore politico e sociale ma anche un fervente anticlericale. «Il suo modello era la Francia laica: è andato, però, oltre. Alla separazione fra Stato e Chiesa, alla rimozione dei simboli religiosi dagli spazi pubblici, al divorzio, la Costituzione del 1919 ha aggiunto l’istituzione del cosiddetto “calendario secolare”. Per noi, il Natale è tuttora, secondo la denominazione ufficiale, il “giorno della Famiglia”, la Pasqua è quello del Turismo, l’Epifania quello dei Bambini», spiega il cardinale Sturla.
In questo contesto peculiare, la venuta del Pontefice ha suscitato un’ondata di entusiasmo trasversale. «Anche i non credenti si mostrano interessati e curiosi. Il Paese ha fame di speranza. Proprio ciò di cui sono impregnate le parole e i gesti del Papa. Il suo messaggio di amore, di dignità, rispetto per ogni persona ha una forte eco, specie in questo tempo in cui è forte il senso di vuoto in tanti», racconta il porporato. Oltre che eccezione, l’Uruguay è un apparente paradosso. Il frammento maggiormente stabile e meno iniquo del Continente più diseguale del pianeta, detiene il record latinoamericano di suicidi fra i giovani: quasi venti ogni centomila abitanti.
Paradossale è anche il rapporto cattolicesimo. La lotta indipendentista è intimamente legata al culto della Madonna di Florida, cittadina a un centinaio di chilometri dalla capitale dove i trentatré “padri della nazione” proclamarono la nascita del nuovo Stato. La statua, alta appena trentasei centimetri e intagliata probabilmente nelle missioni gesuitiche, ha iniziato ad essere chiamata popolarmente la “Virgen de los treintaytrés” fino a quando, alla fine dell’Ottocento, questo è diventato il nome ufficiale. Là, l’8 novembre – giorno in cui Florida festeggia la “sua” Vergine –, il Papa celebrerà la Messa conclusiva. Una delle tappe clou del pellegrinaggio uruguayano. «La devozione alla Virgen de los treintaytrés non è legata a un’apparizione o a un miracolo bensì alla lotta per la liberazione. Con gli anni, è cresciuta poco a poco. Proclamata patrona della nazione nel 1962, la Madonna di Florida è l’icona della fede di questo popolo: meno visibile e calorosa rispetto ad altre nazioni latinoamericane, più riflessiva e intima. Essere cattolico in Uruguay è una scelta non una tradizione sociale», dice l’arcivescovo salesiano il quale ama definire la Chiesa del piccolo Paese australe con due aggettivi. «Povera e libera. Ha scarse risorse economiche e umane, una condizione che le ha dato forza. E non ha mai costruito legami con lo Stato o con l’esercito, il che le ha consentito di muoversi con molta autonomia e di essere voce profetica».
In questo rientra anche il forte slancio missionario e sociale. Leone XIV, in un altro evento chiave del viaggio, si recherà al “Barrio Borro”, uno dei quartieri più poveri di Montevideo e quello con maggior densità di presenza cattolica dell’Uruguay. A religiosi e laici da tempo impegnati si va aggiungendo ora una nuova ondata di fedeli. Qualcosa cambia nel Paese meno cattolico dell’America Latina. «Negli ultimi quattro anni – conclude il cardinale Sturla – abbiamo notato numerose conversioni di adulti o giovani adulti. Il fenomeno mi ha sorpreso in positivo. È un tempo in cui gli uruguayani avvertono una tremenda mancanza di senso della vita. Tanti raccontano di trovarlo nel Vangelo. In quella Buona Notizia che il Papa viene ad annunciarci».

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